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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Stazione Termini, mezzogiorno in punto.
Il caldo è insostenibile, ma comunque mi trascino all’interno dell’edificio. Dovrei mangiare qualcosa, ma, francamente, non ne ho la minima voglia. Sono ancora frastornato da ieri sera. Vorrei dire che è stata l’anima di Trastevere a stordirmi, ma, oggettivamente, è più probabile si sia trattato delle birre bevute al Callisto.

La testa rimbomba per la sbronza e io mi siedo su una panchina.
Un caffè a portar via nella speranza che mi rimetta al mondo. Do qualche sorsata; comincio a stare meglio: riesco a ragionare.
Il pensiero mi va subito al tabellone delle partenze. Manca ancora un’ora al mio regionale per Jesi. Di lì a casa, poi, ne avrò per altri 20 minuti almeno.

Il mio secondo pensiero è fulminante.
Tasto la tasca anteriore del mio zaino sdrucito e riconosco la sagoma del libro che mi ero portato per “ingannare l’attesa”. L’espressione mi ha sempre infastidito: la trovo irrispettosa. Come se il tempo che ci scava addosso i suoi segni potesse farsi imbrogliare con degli espedienti così ingenui.
Purtroppo, mi ricordo che quel libro l’ho finito durante il viaggio di andata. Niente trucco; niente inganno.

Rifletto sul fatto che non sto leggendo quasi nulla ultimamente. La cosa è abbastanza rara. Sono sempre stato molto disciplinato, e la lettura, anche se da comodino, ha sempre fatto parte di una precisa routine, creata ad hoc per convincermi di dominare il tempo attorno a me.

Ad ogni modo, il libro che mi ha portato a leggere di nuovo dopo tempo è stato La metamorfosi di Franz Kafka. In realtà, la vergogna provata al pensiero di non averlo letto in 23 anni di vita è stata un movente più che sufficiente.

La storia, proverbiale, è semplice e assurda.
Gregor Samsa, un giorno, semplicemente, si sveglia nelle spoglie di uno scarafaggio. Chiuso nella sua camera, a poco a poco, prende coscienza della sua condizione e così fanno i suoi cari. Non c’è accettazione, tuttavia: solo la consapevolezza di un anatema abbattutosi senza motivo su una famiglia borghese qualunque. Gregor muore solo, in mezzo al cibo fetido, l’unico che soddisfi la sua fame di blatta, e circondato dai miasmi emessi dal suo corpo ferito.
La banalità di una tragedia qualsiasi, accaduta ad un uomo qualsiasi, nel modo più assurdo possibile.

Questo libro mi colpisce, o meglio, mi disarma.
Una vita da impiegato, a svolgere il proprio compito, per poi morire intrappolato, inviso a chiunque per una colpa che non si è commessa. La cosa più sorprendente, però, è la lucidità del protagonista. Le nozioni di vita basilari che egli cerca di applicare all’assurdità della sua condizione. Mi torna in mente Don Chisciotte, col suo cuscino usato a mo’ di scudo, sopra una cavallo macilento, eppure convinto di essere un cavaliere. C’è una discrasia dolorosa fra le nostre possibilità e le contingenze in cui ci ritroviamo incastrati, cioè la nostra vita. Kafka lo sa bene, e ce lo sbatte in faccia con tutta l’eleganza di una piroetta prima del fendente decisivo; un inchino dopo lo sparo dritto al cuore. Guardo in basso: sull’orologio sono le 12.42. Il tempo è volato. Forse anch’io, come tutti, sono riuscito a ingannarlo per davvero. Corro al binario trafelato. Salgo nel vagone circondato da uomini in camicia e giacca, a tracolla una ventiquattr’ore. Me li immagino come rumorosi scarafaggi che ticchettano con le zampe sul sedile e si barcamenano per stare in piedi. Davanti il dovere, dietro pure: troppo concentrati su uno scopo per capire che non dipende da loro il fatto di volerlo raggiungere.

In realtà, non credo di essere completamente diverso da loro. Mi sento, però, avanti di una mossa: se dovessi svegliarmi in quelle condizioni, sarei in grado di accorgermene, ma non farei il minimo sforzo per cercare di capire.  

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Domenica pomeriggio, stazione di Bologna centrale.

Sono arrivato con una mezz’ora di anticipo.
Non mi era mai successo.
Trascino la valigia fino alle panchine davanti all’ingresso e mi siedo.
Accendo una sigaretta.

Sono stanco di scrollare, stanco di riempirmi di informazioni sbrigative su argomenti che non mi interessano ma che il mio feed seleziona, senza alcun criterio apparente.
Decido di alzare lo sguardo e concentrarmi su ciò che ho davanti.
Mi disintossico dalle mie brutte abitudini: per farlo non ho niente di meglio da guardare che la facciata della stazione di Bologna, quella che immette su Piazza Medaglie d’oro.

Ho sempre pensato che le stazioni italiane fossero anonime.
Non sono mai stato un grande fan dell’architettura del regime.
A parte ciò, ho sempre ritenuto le stazioni dei non-luoghi, dei punti di passaggio per chi arriva e chi parte; un ponte obbligato fra la macchina e il treno da prendere e fra il treno arrivato e la macchina che porta a casa, nel migliore dei casi.
A volte, c’è l’autobus ad aspettarci.

Ad ogni modo, penso che forse la stazione ha qualcosa da dire, che forse un po’ di vita la spendiamo anche lì, senza accorgercene, correndo dietro ai ritardi, quelli nostri e quelli del mondo.
Penso a un libro bellissimo, che ho comprato proprio qui a Bologna.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio.

Murakami descrive le vicende di Tsukuru, che cerca di fare pace con un passato che ha ignorato per tanto tempo, ma che lo ha segnato per sempre. Come spesso accade, è una donna a costringerlo a guardare nell’abisso. Un po’ per gioco, lui ripercorre la sua vicenda, dalla spensieratezza del liceo alla danza dei primi anni di università, a braccetto con la morte, ammaliante più che mai. Ricordo un unico filo conduttore: le stazioni. Tsukuru ha sempre voluto costruire stazioni e finisce per farlo davvero. C’è una necessità impellente di ordine nella sua vita, c’è sempre stata, e la forma peculiare di questa esigenza è il non-luogo della partenza e dell’arrivo dei treni. Fra le file dei binari e i guasti alla linea, però, c’è spazio per l’armonia. La bellezza come un effetto collaterale che solo Tsukuru riesce a vedere. L’incolore Tsukuru, nel suo pellegrinaggio verso una pace persa tanto tempo fa, alla ricerca di una motivazione per un trauma tanto crudele quanto insensato. O forse solo verso una donna, che col passato non ha niente a che vedere e che potrebbe finalmente dare colore alla sua vita.

Mancano dieci minuti alla partenza del treno.
Alzandomi lancio un ultimo sguardo alla facciata annerita che sto per attraversare.
Percepisco quel velato senso di armonia che c’è nell’ordine. O meglio, sento lo sforzo pulsante dell’uomo che cerca di imporre i propri orari e le proprie necessità a un universo fatto di incroci e ritardi, davanti ai quali possiamo solo chinare la testa, ascoltando la voce metallica che ce li annuncia. Apprezzo per la prima volta l’accidentale bellezza del passaggio e dell’attesa, della corsa al binario e del caffè al bar della stazione, magari per salutare un amico, anche lui risucchiato in questo frenetico ambiente.

Penso che penso troppo e, di questo passo, finirò per essere in ritardo anche stavolta.
Afferro la maniglia del mio trolley e scendo le scale che portano al corridoio sotterraneo. Il binario è il numero 4; il tragitto si allunga per una cinquantina di metri. Salgo le scale e vedo una fila di persone in attesa sulla banchina. Mi domando se anche loro colgano l’armonia del luogo in cui si trovano; se si rendano conto anche loro di essere in pellegrinaggio e che questa è una tappa obbligata. Mi viene da sorridere: ad avere occhi per vedere, nessuno partirebbe.

Si apre lo sportello.
Saliamo tutti, spintonandoci a vicenda verso la prossima stazione.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Stavolta mi sono trattato proprio bene.
Sono persino riuscito a prenotare un posto in business class a un prezzo ridicolo, quasi un premio per tutti i chilometri di ferrovie di stato che ho percorso col culo su un cigolante regionale. La destinazione è Foggia. Meglio: la destinazione è il Gargano, Foggia è la tappa obbligata per arrivarci, l’unica con una stazione di arrivo. Il viaggio è piuttosto breve.
Dovrei cavarmela in tre ore partendo da Ancona.

Il treno si ferma ronzando alla stazione di Pescara e una fiumana di persone assalta lo sportello più vicino, in un’insensata gara a guadagnarsi la prima boccata d’aria abruzzese. Un dettaglio mi colpisce, fra la folla. Qualcuno ha lasciato dietro di sé la scia di un profumo fortissimo. L’odore è delicato ma inconfondibile, come lo schiaffo di una mamma troppo indulgente. Con la scusa di andare in bagno mi avvicino al portellone, sperando di trovare una traccia più persistente. Niente da fare.
Come sospettavo, l’odore si spegne proprio in corrispondenza dell’uscita.
Lo sportello mi si chiude in faccia inesorabile, definitivo.

Torno a sedere disilluso e francamente seccato. Sicuramente quello era un profumo femminile, agrumato e fresco. Non sono mai stato un grande esperto. In genere associo le fragranze alle persone, e le persone ai ricordi, perciò il profumo per me è sempre stato veicolo secondario di sensazioni più forti: la delusione di una ragazza che si allontana; l’abbraccio di un amico in una serata ebbra; il tono perentorio di mio padre prima di andare a teatro: vestiti bene!
Stavolta è l’opposto. Mi resta solo una fragranza ‒ che, com’è ovvio, non riconosco ‒ senza nulla a cui associarla.
È come in Sotto il sole giaguaro di Calvino.

L’ultima raccolta di racconti di Calvino non è finita, ma il progetto rimane geniale: cinque racconti per cinque sensi.
All’appello mancano solo il tatto e la vista.
L’olfatto, non a caso, è il primo: tre storie diverse per la medesima trama. Bisogna trovare una persona di cui si conosce solo l’odore, invertendo la gerarchia sensuale della conoscenza. Poi l’udito, con la storia del re prigioniero della sua corte, e infine il gusto, viaggio culinario in un Messico spietato e tribale, come i templi aztechi e i loro sacrifici umani. Quando lo lessi, mi spiacque molto non poter immaginare come avrebbe fatto Calvino a confrontarsi con gli altri due sensi, soprattutto con la vista. Ricordo altrettanto bene, però, l’impressione suscitata dalle parti concluse. In particolare la prima, sull’olfatto, mi aveva consegnato una frustrazione unica. Dove decadono gli altri sensi, le altre conoscenze, rimane solo una traccia d’odore. Poche distinte note olfattive che costruiscono una personalità di volta in volta diversa, in ogni luogo e epoca, come testimoniano le ambientazioni dei tre racconti. Inutile dire dell’inconcludenza di ogni ricerca.

Mi rendo conto che sono caduto anche io vittima della fascinazione dell’odore. Anche io, di fronte allo sportello appena chiuso, avevo cominciato a ricamare su quelle note una persona fisica che non avrei mai trovato. E anche a trovarla, l’immagine non avrebbe mai soddisfatto l’idea di quel profumo, decisa e spregiudicata. In effetti, si può dire lo stesso per un sacco di cose, ma ormai è tardi per pensarci. Lo sportello si sta aprendo anche per me. Siamo arrivati a Foggia in ritardo (con un regionale non sarebbe mai successo) e mi tocca scendere nella calura estiva del Tavoliere, che un po’ mi ricorda i colori sbiaditi del Messico di Calvino.

Come da rito, appena sceso dal treno accendo una sigaretta.
Il fumo del tabacco ottunde il mio olfatto; si prende tutta la mia capacità di odorare il mondo che mi circonda, di conoscerlo. Poco male però, perché davanti alla stazione posso solo sentire il puzzo dello smog e del piscio che chiazza i muri esterni dell’edificio. Forse, varrebbe comunque la pena di smettere di fumare. Ma poi ci ripenso: i profumi significano ricordi, e i ricordi, specie se belli, sono pericolosi.

Spengo la sigaretta alla bell’e meglio e la butto via sperando che non prenda fuoco il bidone. Devo salire sul bus che mi porterà a Vieste. Anche qui il portellone si chiude, ma l’odore che mi pungola è quello del sudore stantio dei miei compagni di viaggio, al quale io mischio quello del tabacco appena bruciato. Penso che su quell’autobus l’odore agrumato del treno non lo avrei nemmeno sentito. Penso che su quell’autobus la donna del mio pensiero non sarebbe mai esistita.    

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Ultima ora di treno. Sono in piedi dalle quattro di questa mattina e forse, dopo un aereo e due autobus, sto per arrivare a destinazione.

Non pensavo che ritornare da Berlino sarebbe stato così complicato, eppure mi sembra di viaggiare da giorni. Ad ogni modo, guardando fuori dal finestrino, seduto sul mio sedile pagato poco “perché-l’ho-preso-un-mese-prima”, ritrovo un senso di benessere.

Ho sempre pensato che i treni fossero un mezzo di trasporto privilegiato, anche più degli aerei.
Oggi me ne sono reso definitivamente conto.

Gli aerei mostrano le cose dall’alto; la vista è affascinante.
Allo stesso tempo, però, tutto è molto innaturale, tutto così distante.
Quel mondo non mi appartiene. Non mi è dato di guardare le cose tutte insieme, con una prospettiva completa, in viaggio come nella vita. Il treno, invece, è come un microcosmo che si muove in un mondo che posso abbracciare naturalmente, col mio fallibile sguardo di viaggiatore. Nelle cabine ognuno vive la sua vita, all’esterno della carrozza, pure. Il treno passa stazioni, paesi sperduti, periferie gremite con parchetti troppo vicini alle rotaie, e nel frattempo trasporta persone attraverso questi scenari. Tutto mi si offre nella sua interezza umana, non prospettica, eppure mi è precluso, con tutto il fascino che questo divieto comporta.

Penso che un autore ha dato corpo alle mie divagazioni: Boris Pasternak nel Dottor Zivago.
Il treno è la promessa di una nuova vita a Varykino per la famiglia del dottore, eppure, prima di tutto, è la macchina che trasporta attraverso il tempo e lo spazio della rivoluzione d’Ottobre. I vagoni sono stipati di storie più che di persone, e ogni passeggero si trova a passare attraverso le macerie della Storia che si sgretola, sotto i colpi di un avvenire più incerto delle idee che lo hanno profetizzato.
È tutto in quel fetido vagone, fra le urla dei bambini e i discorsi sconclusionati di uomini e donne incapaci di capire cosa accadrà. Il dottore sta in silenzio e, quando non riflette, guarda fuori, pensando a Lara.
Il treno è anche il mezzo che ricongiunge il protagonista alla donna che ama più di quella che dovrebbe amare, anche se lui non lo sa. Tutta la vicenda si racchiude nella locomotiva scricchiolante che divide il romanzo in due parti. Il treno è l‘unico mezzo per unire la storia privata di Zivago e la Storia che la comprende, con l’intento di soffocarla.
La Rivoluzione e l’amore aldilà di un unico finestrino che si muove lentamente, fra paesi diroccati e stazioni dismesse.

È la mia fermata, finalmente.
Scendendo gli scalini, comunque, sento che mi dispiace essere arrivato.
Sono esausto, ma mi metto a fantasticare sulla possibilità di una vita trascorsa passando accanto alle cose, troppo vicino per toccarle. Rifletto sulla possibilità di scorgere infiniti scenari, scorrendo via talvolta a passo d’uomo, talvolta in velocità, affidandomi a un conducente di cui non conosco neanche il volto, ma che so capace di portarmi a destinazione.

È inutile, questo treno proseguirà anche senza di me.
Posso solo guardarlo partire. Mi ha risputato nel macrocosmo delle macchine parcheggiate a chilometri di distanza per non pagare la sosta prolungata. Salgo in auto e metto in moto. Non ho per niente voglia di guidare, ma nel mio solitario abitacolo comincio un viaggio fatto di traffico e tensione, senza possibilità di distrazione.
Penso che non posso permettermi un autista.
Poco male: un treno ogni tanto costa meno.  

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Salgo sul treno. Destinazione Milano.
Vado a trovare degli amici.

Siamo tutti della stessa città e siamo tutti sparsi per l’Italia per motivi di studio.
Ci costruiamo un futuro, o quello che è.

Milano è un buon punto di incontro.
La nostalgia ci spinge a ritrovarci lì, perché ognuno, a suo modo, è per l’altro uno scampolo di quotidianità perduta, di quelle vecchie abitudini che fanno sentire al sicuro.

Seduto nel mio posto penso che, però, è qualcosa d’altro a spingermi.
Non basta la nostalgia né la voglia di sbronzarci tutti assieme, come ai tempi del liceo.
Mi risuona in mente la parola amicizia e mi viene in mente un libro che ho letto a riguardo.
Si chiama La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo, e me lo ha regalato una mia cara amica il giorno del mio compleanno.

Quattro ragazzi, legati dai tempi della scuola.
Churchill, Ofir, Amichai e Yuval. Ognuno ha le sue caratteristiche peculiari. Indubbiamente il leader carismatico è Churchill, sempre intraprendente e fascinoso. Ma Yuval ha il talento per la scrittura. È lui a dover dare voce alla storia del gruppo; è lui a dover raccontare il tradimento della sua amata Ilana, che sceglie proprio Churchill come suo nuovo compagno. Ofir, nel frattempo, subisce la sua esistenza, fino al punto di rottura. Amichai, a differenza sua, ha tutto ciò che vuole, ma, come spesso accade, gli viene tolto. Sono quattro esistenze slegate, senza alcun contatto anche solo pensabile, eppure unite.

Come dei fili trasparenti che tengono insieme le membra disgregate di un corpo unico.

Yuval parla di questi legami come se fossero naturali; dà loro l’importanza dei dati di fatto, quasi senza accorgersene, quasi fossero scontati. Come a dire che si è amici perché c’è una corda che ci tiene, e viceversa. Pura tautologia.

Su questo treno troppo veloce, mi rendo conto che ciò che mi spinge a Milano è proprio questa sensazione data per scontata. Mi rendo conto che per quanto io possa essere lontano da certe persone, nel fondo della mia coscienza, la loro esistenza per me, in relazione a me, sarà sempre un dato di fatto.
Le esperienze vissute, la conoscenza reciproca, l’affetto che ci lega saranno sempre lì, a occupare uno spazio angusto e persistente. C’è tanto egoismo, come in ogni emozione umana degna di questo nome. Ma mi ritrovo a pensare che sia un loro dovere continuare a mantenere quel posto, come lo è per me.

Ho la certezza che non è per noia che siamo rimasti amici; non perché non c’era niente di meglio. Screzi e dissapori sono solo distrazioni, come nel libro di Nevo. Indipendentemente da noi, esistiamo come amici, soprattutto quando nessuno risponde dall’altro capo del filo.

A me non è andata poi tanto male, devo dire.
Almeno non ho nessuna Ilana da reclamare, per il momento.

L’avviso della fermata mi richiama alla realtà.
Ormai siamo in arrivo a Milano Centrale. Riavvolgo il filo.
Vedo il mio amico che aspetta appena fuori dal tornello.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Bologna centrale.
Tanto per cambiare, piove durante tutto il tragitto per arrivare in stazione.
Il binario è il solito, il numero tre.
Mi fermo davanti alla porta della mia carrozza a entro nel mio intercity 604.
Vado a casa, o ci torno: fa poca differenza, almeno per chi, come me, non ha l’assurda presunzione di possedere un luogo.

Il posto è l’11d.
È dal lato del finestrino e, almeno di solito, il posto accanto rimane vuoto, forse perché la seduta è leggermente ristretta per la vicinanza del vano porta valigie della carrozza. Poco male, io ho le gambe corte, come il fiato del controllore che ci passa in rassegna, e quello spazio mi è più che sufficiente.

Stavolta si siede una persona accanto a me.
È un uomo anziano, ha la barba lunga, e un lungo cappotto nero. Di recente mi è capitato fra le mani un racconto di Tolstoj: La morte di Ivan Il’iĉ.
L’ho preso a mio fratello più piccolo, che non sapeva che farsene, e ora lo stringo fra le mani.
Voglio rileggerne alcune parti. So che manca qualcosa alla mia lettura.
«Un bellissimo racconto», esordisce il vecchio. Chissà perché mi aspettavo che sarebbe successo.
«Non mi è del tutto chiaro. Mi sembra banale, troppo snello. Però è Tolstoj…» faccio io di rimando. «Quando lo lessi, tanto tempo fa, mi diede la stessa impressione. Ora che sono vecchio e mi sento più vicino al protagonista, forse comincio a capirlo».
«Il problema è proprio quello. Non so cosa ci sia da capire. La storia è travolgente, in tre parole si descrive una delle morti più atroci di cui io ho mai letto. Ma non vado oltre. Un borghese della Russia del XIX secolo muore di un male incurabile. Tutto qui. Niente di più semplice. Partecipo alla sua angoscia e basta».

«Secondo me ti stai ponendo la domanda sbagliata. Quando ho letto di Ivan Il’îc pensavo che l’unico dubbio di quel povero borghesotto riguardasse il destino. Come se si chiedesse perché stesse capitando a lui tutto quel male… Non è così, te lo assicuro. Quando la morte si avvicina, come capita al personaggio, o come sta capitando a me, ci si domanda se sia vero che può succedere anche a noi». «Però la risposta è ovvia. Ci mettono davanti la morte ogni giorno; a volte, se ci va male, ci cade letteralmente affianco. Tocca a tutti, prima o poi».
«Un conto è saperlo; un conto è capirlo». Mi fa il vecchio.
«Secondo te perché Ivan chiude la sua vita urlando per ore che lui vive come un secondo? Non c’è redenzione, c’è solo paura, ed è terrificante. Tutto il tempo buttato a inseguire i sogni da salotto che gli hanno imposto, a sopportare una vita, una moglie, dei figli, solo perché deve. E alla fine muore, e neanche sa perché. Gli manca la terra sotto i piedi. Al suo capezzale non c’è veramente nessuno, a parte il servo che gli lava i piedi o lo solleva dal letto per farlo soffrire meno. Anche io urlerei, a squarciagola». Rispondo: «in effetti, è una fine proprio squallida. Nessuno riesce a comprendere il dolore, e l’unica cosa che rimane al malato è la rabbia, la paura. Non credo che sopporterei di capire che la morte è anche mia. Solo a pensarci, mi viene da piangere».

Ci penso su, come non avevo fatto prima di incontrare questo signore invadente. Penso che forse, finchè non ci prende per mano, la morte non esiste davvero. È questa la scoperta di Ivan Il’îc. Sì, forse è così.

Quasi mi viene voglia di gridare: io che mi dimeno nel vagone, valigia alla mano e zaino in spalla. Io che urlo a quei compagni occasionali che moriranno, e che devono accettarlo. Che fra i titoli di coda, c’è scritto anche il loro nome, che ci credano o meno. Dal Vangelo secondo Lev Tolstoj.

Soppeso ancora un po’ il volume fra le mani. Il vecchio deve scendere dal treno, quasi non mi saluta, l’ingrato. Dopo poco tocca a me, come a tutti: siamo in arrivo a Ancona.
Termine corsa del treno.
Scendo gli ennesimi gradini anneriti, sornione sui passeggeri ai quali ho deciso di non elargire la mia novella.
Chissà perché, questa fine, riesco ad accettarla di buon grado.