Il diner nel deserto_cover libro View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Pubblicato per NN Editore nel 2018, Il diner nel deserto è un avvincente noir on the road.

Avvertimento: l’itinerario di un camionista è presumibilmente noioso e ripetitivo.

Ma se non si è mai saliti a bordo di un autoarticolato, questa è l’occasione giusta per rivalutare la cosa.
A patto di essere disposti a tutto e di essere consapevoli che, forse, una stagione sulla Route 117, in pieno deserto, potrebbe non bastare…

Prendete una road map e se non trovate la strada non fermatevi, non fate domande e, soprattutto, non bussate a Walt.

Dallo svincolo della US- 191 a Rockmuse, la State Route 117 si allontana calda e inospitale nel mezzo del deserto dello Utah per svariati chilometri. Proprio lungo quella lingua di asfalto e polvere rossa Ben, camionista indebitato fino al collo, lavora ogni mattina per portare avanti la fallimentare Ben’s Desert Moon Delivery Service, facendo piccole consegne. Attratto da quella sensazione di sentirsi a casa e consapevole che laggiù tutto di disgrega, Ben è anche l’unica persona della quale i pochi abitanti del posto si fidino veramente. Un saluto veloce, un rapido cenno del capo. La conversazione è ridotta al minimo, come gocce d’acqua che valgono una vita: è il silenzio a raccontare storie impossibili da scordare.

Ogni personaggio è immerso in un’aura di solitudine: quella che spinge un ragazzino abbandonato alla nascita, dal sangue mezzo indiano e mezzo ebreo, a pedalare nel deserto per sentire riecheggiare tra le gole la sua cornamusa; quella di Walt, vecchio marine che aggiusta moto in un Quonset dietro al suo diner vintage chiuso ormai da trent’anni; quella di una ragazzina incinta tradita dalla madre ma fedele all’amicizia col suo ex; quella dei due fratelli che abitano nelle carrozze di un vecchio treno. 

Sono figure evanescenti e spettrali dal fascino seducente e mortale. Personaggi ruvidi, temprati dalla sabbia e da una vita che prima o poi chiede il conto, statue di fango arse dal sole nelle quali si agitano gli spiriti dei ricordi.

La dama di picche con gli stivali da cowboy

La svolta all’apparente monotonia delle consegne giornaliere giunge con l’arrivo di Claire. Lei è la carta che spariglia l’intero mazzo. Un’apparizione danzante in una casa apparentemente abbandonata: Ben la vede per caso, mentre suona una musica che pochi possono sentire. Sembra un sogno ma non è così: Ben e Walt si fanno impossessare da un sentimento che sembra dar loro una nuova vita, ma un presente è a malapena l’unica cosa in cui si può credere. 

Basta giusto una fessura del cuore ed ecco che il deserto libera i suoi peggiori spettri. 

Non tutto ha una spiegazione e non sempre è una buona cosa cercarne una, soprattutto in luoghi inospitali dove le persone si annidano per scelta o per necessità. 

Le condanne rimangono e sono quelle delle scelte fatte delle quali il tempo, presto o tardi, chiede il conto. Ognuno ricerca nell’isolamento la propria salvezza; sono però i canyon dell’animo umano quelli più insidiosi, e la natura aspra nella quale le vicende narrate si inseriscono ne è in parte specchio, in parte giudice al di sopra di ogni giustizia. 

Non era il paradiso e non era l’inferno, solo un rettilineo che ci passava in mezzo.

Il deserto, vero e proprio santuario delle anime perse, non si limita ad essere uno sfondo ma è un vero protagonista. Un’entità naturale silenziosa quanto potente governata da leggi inaccessibili: buoni o cattivi non fa nessuna differenza. 

La natura si allarga a dismisura, rivendica la sua purezza, mentre le questioni umane diventano sempre più piccole e insignificanti. Sperare nella forza rigenerativa della pioggia è un grosso errore di valutazione: quando si avverte l’odore acre nell’aria polverosa, è meglio mettersi al riparo e anche in fretta perché il deserto alla fine si prende sempre ciò che vuole.

Il tram di Natale cover libro View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Pubblicato per Sellerio nel 2018, quello di Calaciura è un piccolo racconto di Natale che delinea, in un viaggio su binari, il dipinto di un’umanità complessa e sempre in movimento.

Per chi sta perdendo il tram o vede la serranda della libreria abbassarsi inesorabilmente…

L’ultima corsa di un tram alla Vigilia di Natale; un piccolo gruppo di persone che si trascinano in periferia, ognuno con la propria disperazione; un’improvvisa epifania che potrebbe cambiare le loro vite e una banconota.

Per chi si arrende alla puntualità che fa difetto…

In una città senza nome il Tram numero 14 parte per il suo ultimo viaggio. È la notte della Vigilia di Natale. Un neonato viene abbandonato su un sedile, ha ancora le tracce umide del parto e profuma di arancia. Cullato dall’andare ritmico del mezzo il bambino non emette il minimo vagito e il conducente non si accorge di lui.

Il tram inizia la sua corsa, lo scintillio del pantografo sembra una stella cometa terrena che richiama, come una promessa di beatitudine, i passeggeri. Le porte si spalancano sonnolente per accogliere, come una grotta, quel presepe di diseredati.

All’interno dell’oscurità del tram, i lampioni creano ipnotici flash ed è seguendo quel bagliore di luce che si accorgono di quella natività solitaria, è tra la luce e il buio che conosciamo le storie dei personaggi.

Per un’umanità che fugge…

C’è il cuore nero dell’Africa con le crudeltà dei viaggi di fuga, ci sono la vecchiaia e la solitudine, ci sono la malattia e il lavoro precario, le famiglie sul bilico del fallimento e i giovani razzisti. E poi c’è la città che pure respingendo gli ultimi cova un mondo insonne alla ricerca di un segno.

Le voci arrivano illusorie confondendosi con i rumori metallici del tram e i passeggeri, una volta usciti dal quadretto del loro passato, diventano sagome nere ritagliate nei lampi improvvisi di luce. Pagina dopo pagina si restituisce verità a quell’epifania che si svela quando anche l’ultimo passeggero si affaccia sul sedile.

Un’umanità in costante fuga, sempre predata che il conducente, ostinatamente blindato nella cabina di guida e condannato a quel percorso dalla tratta obbligata, decide di portare con sé traghettando quelle anime in un altrove forse di dannazione o forse di redenzione.

Per chi cerca una seconda possibilità…

Calaciura ci narra di un viaggio dal centro alla periferia durante il quale arrivano, ad intermittenza, ingannevoli abbagli di redenzione. I personaggi elaborano un’illusione comune creando l’epifania per eccellenza, la nascita del Salvatore.

Questa illusione plasma la loro realtà di solitudine, degrado e malattia rendendola più rassicurante ed umana. Illudendosi di aver ritrovato un dono divino, i personaggi trovano una scia di speranza alla quale aggrapparsi, un qualcosa di tangibile che possa dar loro una seconda possibilità.

Si cullano nei ricordi del tempo in cui erano bambini, vedendo in quel fagotto il possibile ritorno ad una condizione di accudimento e di benessere.

Le menti però creano un beffardo inganno, immaginando un fatto che rimarrà irrealizzato contrariamente alla certezza del loro destino di infelicità.

Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate: ciò che è concesso sperare all’inizio si consuma nella via crucis delle fermate e si cristallizza nella banconota ritrovata.

Illustrazione di Ottavia Marchiori View More

di Elena Soprano

Illustrazione di Ottavia Marchiori

Sforzo di piede.
Stretta mandibolare sul lato sinistro, quello con meno otturazioni a rischio.
Passa un’anziana che sembra uscita da Arsenico e vecchi merletti, per lei Piazza Cordusio è la stessa di trent’ anni fa, nonostante Sturbucks e i riders che ti sfrecciano sotto al naso.

«Ma se fa tanta fatica» sibila la Kikka «perché non va a piedi?»

Neanche il tempo di risponderle che è già sparita, probabilmente nel film di qualcun altro.
La Kikka issa sul marciapiede la iperbici sbolognata dall’ultimo ciclista di piazza Gramsci, che quando non è per la quale abbassa la saracinesca con incorporata la scritta “chiuso per acciacco” e passa davanti a una vetrina che le fa un placcaggio all’occhio sinistro. Le sue pupille mettono a fuoco e cominciano a sparare scatti a grandangolo. Non su quello che c’è esposto, intimo femminile in saldo a prezzi da mezzo stipendio, ma da un annuncio compilato a mano, in calligrafia ottocentesca, attaccato sulla porta in vetro: “Cercasi donna maniaca delle pulizie – Rivolgersi all’interno.” Come a dire, “Cercasi professore di algebra, possibilmente pedofilo”. Pensieri da ora di punta, da smog che dà il pizzicore alle ciglia e ai polipi al naso.

La Kikka, che ha finito il suo turno al supermercato: riprende lo slalom tra vari lavori in corso, runners metropolitani, nugoli di ragazzini ognuno incistato nel proprio smarthphone. 
Poi intravede la sua oasi: allora curva, rallenta e frena.
Scende e con un colpo deciso di tacco abbassa il cavalletto, sempre restio agli approdi d’asfalto.
Eccolo: il fruttivendolo.
Grande, grandioso, con la frutta e la verdura impilata a piramide. Forse manca un po’ di vero odore di frutta e verdura, più che altro questa è una cella frigorifera coi vegetali in esposizione, un ortobitorio.
Però, pensa la Kikka, è bello da vedere.
Pieno di colore.

E lì, al solito Pino, chiede dei limoni in offerta, dei pomodori, di quelli a meno e un cespino di trevisana un po’ andata per la tartaruga. Pino efficiente e gentile, in piedi dalle quattro del mattino per scaricare il camion, le sorride una frazione di secondo per poi finire nel discorso di due turisti americani tutti Birkenstock, calzoncini e zainetti.

L’uomo, panciuto e di mezza età, capelli a spazzola, chiede: «Sicilia vicino Egitto?».
«No, no» risponde l’altro commesso, Vincenzo: «Egitto vicino Africa». Pino sta tenendo d’occhio la woman, di viso piacente, col naso all’insù e una trentina di chili di troppo, che ha preso in mano un sacchetto da un chilo di pinoli. Chiede al marito di tradurre, per sapere il prezzo.
Il Pino, che nel suo negozio-congelatore è rimasto un ragazzo della via Gluck, intuisce al volo ed esclama: «Pinoli? 115 euro, ma faccio 100, dato che son lì da Natale». L’uomo ripete alla moglie la cifra, il resto non l’ha capito. Lei sfila dallo zainetto un portafoglio di pelle rossa, grande come un tablet, e paga sull’unghia il sacco di pinoli al Pino con un’unica banconota lucida e inamidata: la centa, come la chiama lui, di un verde ramarro al sole di agosto.
Nell’emozione dello smercio dei pinoli dicembrini, dà alla Kikka una saccata di lattuga di scarto per tartarughe delle Galapagos: «Va che bella,» dice  «sembra appena tra’ su da l’ort».

«Veramente, avevo chiesto solo un po’ di radicchio rosso,» ribatte la Kikka «la mia tartaruga mangia solo quello…»
«Ah, mi scusi, avevo capito che aveva una tartaruga…» continua il Pino dandole poi un minuscolo cespo di fogliame rosso avvizzito e aggiungendo tre euro al suo conto.

«Serve altro?» chiede il Pino alla Kikka, che ha la testa girata già verso l’uscita per controllare lo stato di collasso del cavalletto.

L’americana estasiata rimira il suo chilo di pinoli sgusciati.
Sembra stia per contarli uno ad uno.

«What’s…radecchio?» domanda al marito uscendo.

La Kikka sradica di nuovo la bici dall’asfalto, in fuga come Bartali dai cervelli a spazzola. 



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di Matteo Gozzi

Illustrazione di Domitilla Marzuoli

Me li ricordo bene: un signore di mezza età quasi del tutto calvo e una donna con in braccio un bambino molto piccolo.

Si trovavano alle estremità opposte di un vagone del regionale che prendevo ogni sera per tornare a casa, seduti rivolti verso il centro della carrozza.
Io davo la schiena alla donna, ma li vedevo entrambi: erano inquadrati dalle telecamere di sicurezza e davanti a me c’era un monitor che ne ritrasmetteva le immagini in tempo reale. Lo schermo era diviso in quattro e negli altri due riquadri si vedevano le aree davanti alle porte automatiche.

Saranno state le sei.
Si stava facendo buio e il bambino piangeva. Strillava così forte che quasi non sentivo la musica negli auricolari, ma mi ero imposto di sopportarlo in silenzio. Se avessi espresso in qualche modo il mio fastidio alla madre, che era una giovane donna bella in carne dall’aria nordica e vagamente figlia dei fiori, forse sarebbe stata comprensiva e avrebbe cambiato posto. Forse mi avrebbe incenerito con gli occhi e sussurrato un’offesa piena di vocali sconosciute.
O forse mi avrebbe solo ignorato.
In ogni caso, visto che per calmare il figlioletto le stava provando tutte, non ci avrei fatto una bella figura.

Notai che il signore seduto all’altro capo della carrozza sembrava passarsela molto peggio di me.
Nelle immagini scattose e scolorite del monitor gli si leggeva in faccia un forte disagio: tamburellava con le dita sui braccioli dei sedili e sbuffava di continuo. Sulle prime pensai che gli servisse con urgenza un gabinetto, ma osservandolo con attenzione mi resi conto che il suo malessere cresceva e diminuiva con il pianto del bambino.
Un po’ lo capivo, ma se lui a quella distanza si permetteva delle reazioni del genere, io che cosa avrei dovuto fare?

Le premure della madre non portavano alcun beneficio, anzi, il volume degli strilli aumentava.
Però era sempre quel signore a tenere in ostaggio la mia attenzione: adesso si aggrappava ai braccioli con entrambe le mani, si premeva contro lo schienale, si contorceva. Gli occhi erano due fessure e sembrava in preda a un dolore lancinante, come se gli stessero sfregando una lima tra i due emisferi del cervello.

Di colpò spalancò gli occhi e inarcò la schiena.
Nello schermo vidi un alone nerastro e brulicante allargarsi intorno a lui, acquistare nitidezza e protendersi verso la parte opposta del vagone. Verso la nostra direzione. Verso di me!
Mi alzai di scatto quanto potevo, ma della propaggine oscura che avevo visto nel monitor non c’era traccia.
Del signore invece riuscivo a scorgere soltanto la sommità del capo.

Il bambino urlava ancora a pieni polmoni e nel video il braccio di oscurità avanzava.
L’uomo teneva lo sguardo fisso davanti a sé e sembrava pregustare qualcosa di liberatorio.
Dovevo spostarmi da lì, dovevo far alzare anche la madre con il bambino e correre con loro in un’altra carrozza.
E invece rimasi incollato al monitor, che all’improvviso sprofondò nel bailamme grigio dell’assenza di segnale.

Sentii un alito di gelo accarezzarmi i capelli sopra l’orecchio destro.
Il bambino strillava come se volesse riempire il vagone di rumore fino a farlo esplodere.

Un lieve sobbalzo mi fece perdere l’equilibrio e per poco non caddi: il treno era quasi arrivato alla stazione e stava decelerando. Il pargolo non strillava più e si era messo a scrutare il soffitto con aria interrogativa.
Sullo schermo campeggiava l’avviso «Prossima fermata: Mira-Mirano».

Mi lasciai cadere sul sedile e mi massaggiai il lato della testa infreddolito.
Avevo il fiato corto e non capivo.
A malapena ci credevo.
Dagli auricolari usciva Paint it black dei Rolling Stones e nel video ricomparvero le inquadrature delle telecamere.
Il sedile dell’uomo era vuoto.

Si era spostato di riquadro: era di fronte alle porte.
Aveva in testa una coppola e le braccia distese lungo i fianchi.

«Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts. It’s not easy facin’ up, when your world is black».

Guardò in direzione dell’obiettivo come se riuscisse a vedermi e portò l’indice della mano sinistra davanti alla bocca: era meglio che non dicessi a nessuno quello che avevo visto.

Il treno si fermò e lui scese.
Fu parecchi anni fa.  

Anastasia Coppola - Il grande scherzo View More

di Gino Ciaglia

Illustrazione di Anastasia Coppola

In attesa del supplente spingevamo Luca per i corridoi simulando il rombo del motore.
A scuola era l’unico in sedia a rotelle, altrimenti io, Luca e Vito avremmo organizzato un carrozzella GP.
Puntai i talloni a terra e mi arrestai di colpo: per un pelo non disarcionò.
Camilla, la ragazza dei miei sogni, stava affiggendo un foglio A4 nella bacheca.  

La gioia della conversione

Viaggio A/R con pullman GT

Hotel *** pensione completa

Assistenza tecnica e spirituale durante il soggiorno

Alla modica cifra di 248 euro, l’Unitalsi di Parma organizzava un viaggio a Lourdes.

Fu in quell’istante che quella folle idea mi azzannò la mente.

I genitori di Luca lo misero di fronte a una scelta: pomodori o pesche, scegliesse pure lui cosa andare a cogliere.
Vito e io ci offrimmo di fare una colletta, ma Luca non accettò.

Eravamo noi due.
Ci giocammo a morra chi doveva interpretare l’invalido.

Indovinate un po’?

Mia madre ne fu entusiasta (da allora frequenta assiduamente un gruppo di preghiera), tuttavia pensò che affrontavo il viaggio per amore di una ragazza e non della Madonna.
E di certo non immaginava come lo avrei affrontato.

Il giorno dopo telefonai alla sottosezione dell’Unitalsi di Borgotaro chiedendo se avevano delle carrozzine in più.
Vito, accanto a me, rideva a crepapelle.

«Possiamo accontentarla, signor…?»

«Scalzi».

«… Ma al ritorno dovrà restituirla in sede».

«È il meno che io possa fare».

L’ultima cosa che pensavo era tenermela!

A quel punto c’era da capire come arrivare al pullman con la sedia a rotelle col padre di Vito presente.
In quell’istante non sapeva ancora nulla del nostro progetto diabolico.

«Oh, ma mi stai ascoltando?» mi chiese Vito ripassando il piano come da esperto stratega.

«Sì, sì.» Mentii: in quel momento stavo facendo a pugni con la mia coscienza.

«… Quindi – riprese Vito con fare talmente serio da sembrare, a ripensarci, fortemente grottesco – non farmelo dire a me che devi andare in bagno. A mio padre ci penso io, tranquillo. Tu quando esci siediti sul marciapiede, io fermo un passante che possa prenderti in braccio e portarti al pullman, è tutto chiaro?»

Nulla da ridire.
La ciliegina su quella torta di menzogne era bella succosa, ma dentro di me sentivo che era proprio la torta a essere avariata.
Mi allungò la mano.
Gliela strinsi.

La notte, prima della partenza, sognai che sfilavo sul red carpet, flash, flash, tanti flash, tutti volevano intervistarmi, accaparrarsi l’esclusiva.

Malauguratamente il piano di Vito filò liscio.

Una volta saliti sul pullman non riuscivamo a smettere di ridere.

Una suora si voltò verso di noi ed esclamò: «E poi dicono che i giovani di oggi sono tutti depressi!».

Dopo dieci minuti di viaggio era sceso il diluvio universale.
A contatto con l’acqua, i sudici finestroni del pullman erano diventati fumé.

Una coppia di anziani, lui col bastone tra le gambe, lei con una busta di plastica, dalla quale spuntava la punta di una tovaglia, guardavano come in trance i poggiatesta di fronte; un ragazzo, con una montatura da optometria, dava l’idea di essere seduto sulla poltrona dell’oculista, parlottava e gesticolava tra sé; una bimba con un maglioncino rosa dormiva in braccio alla mamma; avanti a noi, un uomo dalla folta barba e un altro così secco che dalla camicia sbottonata era visibile la sagoma dello sterno.  

Camilla è davanti, in piedi e parla con l’autista, proprio sotto l’avviso “Non parlare al conducente“.
Stavo per alzarmi ma Vito mi stampa una mano su un ginocchio.
La signora con la bambina poggiò una tempia al vetro per poi ritrarla subito, di scatto: voltandosi si notava un taglio degli occhi a mandorla e un epicanto pronunciato.

«Sei molto bella» disse l’autista a Camilla. Poi sbirciò nell’elefantesco specchietto, come per accertarsi che la lusinga non avesse oltrepassato la bolla della sua lascivia. Camilla sorrise.

«Va be’, te lo avranno già detto un miliardo di… Sai che mio fratello lavora nel cinema? Si occupa dei casting» continuò viscido l’autista.

Facemmo la prima fermata all’autogrill, ma col microfono ci disse di non scendere se non avevamo impellenze urgenti, eravamo lì solo per accogliere due nuove passeggere. Camilla si sedette accanto alla zia.

«Bonsoir» disse il pingue autista.

«Merci, mon chèr, tu es très jolie» rispose la spilungona con gli occhiali. La più bassa, invece, fece un lieve inchino.

«Piove?»

«Non, c’est de la sueur».

L’autista rise e scosse la testa come Stevie Wonder: «Basta un sorriso per schiarire un cielo bigio».

Che simpatico!

Quando le due si accomodarono, diede gas.

«Io stesso ho fatto la comparsa in film importanti» continuò la sua pispilloria, «Lo hai visto “L’amore malato” di Alberto Lattesi?» Camilla scrollò la testa «E “Apriti cielo” di Andrea Galiberti?».

Ma chi li ha mai sentiti ’sti film?

«Comunque pensaci, parla con i tuoi. Cerca ProZack su Facebook».

Ti cerco io, pensai, mangia maionese a tradimento!

Alle sette di sera arrivammo a Lourdes.

Preghiera, cena e branda.

Il giorno dopo, arrivati alla Grotta, ci piazzammo in prima fila. Era piena zeppa di pellegrini, di ogni nazionalità e colore. Piena all’inverosimile. C’erano volti di tutte le forme, tratti somatici di ogni continente, ascoltavamo lingue mai sentite prima. Dieci minuti dopo l’inizio del Rosario, Vito mi diede un colpo di gomito.
Annuii e…non riuscivo più ad alzarmi dalla sedia.

Riprovai.
Niente.
Nada.
Nothing.
Rien.
Nichts.

«Su, idiota» mi sussurrò, sgranando gli occhi.

Aprivo la bocca per rispondergli, ma non riuscivo a darle fiato.

«Gino… mi metto a bestemmiare forte, eh?»

Ed eccoci qui.
A. D. 2022.

Vi posterei volentieri una foto, ma credereste a uno scherzo.
Da diciotto anni vivo in carrozzella.

Sapete qual è la cosa strana?
Ho accettato da subito la mia nuova vita; con una serenità che tutti, al principio, hanno equivocato come depressione.

Oggi scrivo.
Ho preso il patentino di pubblicista, collaboro con varie testate giornalistiche, scrivo storie per bambini e gioco a Powerchair Football con i VipersMan di Parma.

A morra ci gioco, con mio nipote ‒ naturalmente senza scommettere ‒ ma non riesco proprio a fargli entrare nella testa che è la carta ad avere la meglio sul sasso.

Annalisa Coppola - Sindrome da Sacco vuoto View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Eleonora non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. E nemmeno da quando la sua mente, ad un certo punto delle settimane di avvento, si chiude come un riccio.

Centro commerciale, metà pomeriggio di un giorno feriale a pochi giorni da Natale. Non ha grandi alternative per cercare un paio di scarponcini da neve. A meno di non avventurarsi nel traffico cittadino per cercare un negozio di attrezzature sportive. Per risparmiare tempo e preservare i nervi si illude che sia la soluzione migliore sapendo in partenza che ne uscirà sconfitta.

E sconfitta ne esce, non solo per non aver trovato quello che cercava.

Sceglie sempre il solito parcheggio, quello distante il giusto per aumentare in maniera considerevole i passi giornalieri e per non incastrarsi in punti dai quali nemmeno saprebbe uscire. Le auto però arrivano a fiumi, come un disgelo anzitempo che investe tutte le arterie.
La sensazione di vuoto intorno alla sua macchina dura il tempo di avvicinarsi all’ingresso.
Entra.
Si concentra sull’obbiettivo ma borse gigantesche e pacchi preincartati di Natale vanno a spasso con gambe che nemmeno vedono dove vanno.
Si concentra di nuovo, restringe la visuale costringendo i suoi occhi ad una finta miopia. Cerca di sfumare il contorno ma anche solo per trovare le scale mobili deve fronteggiare un orso di sette metri ricoperto di lucine. Dal soffitto pendono decorazioni dai diametri mostruosi ricoperte di filamenti luminosi che si attorcigliano a formare doni, slitte, animali del bosco. C’è profumo di waffle, candele alla vaniglia e caffè aromatico ovunque; non distingue più le note di una canzone dall’altra. Le servono gli scarponcini da neve ma le sembra di soffocare. C’è fila per i bagni, fila per entrare nei negozi, fila per pensare ai regali di Natale che mancano.
Una congestione generale che si espande nel suo corpo con una sensazione di calda nausea.

Entra nel negozio, fa lo slalom tra commessi accerchiati e stand razziati, affretta il passo verso lo scaffale della montagna che già da lontano piange miseria. Niente da fare.
Non respira e non è colpa della mascherina.

Appena si distrae giungono come veleno alle sue orecchie conversazioni sui regali ancora da comprare. Ora una sorta di tremolio sale dalle gambe e le arriva alla testa. Il tempo è agli sgoccioli e anche lei non ha ancora terminato di riempire il suo sacco, forse dovrebbe attardarsi e fare il giro di tutti i negozi della galleria commerciale. Di sicuro troverebbe qualcosa ma cosa? Un rattoppo, una spesa inutile, l’ennesimo riciclo del prossimo anno. Niente da fare.
È in ritardo su quel suo tempo che comincia a fine estate, quando pensa a qualcuno vedendo una vetrina di paese in un giorno qualsiasi dell’anno senza che il conto alla rovescia per il Natale sia già cominciato.

Riscende le scale sfidando di nuovo l’enorme bestia e le luci le sembrano raddoppiate rispetto a prima. Cerca di aumentare la sua miopia fino all’uscita, cerca di non guardare la pista di pattinaggio al terrazzo del primo piano; sembra un carillon vittoriano impazzito con la musica di una discoteca.
La neve scende in filamenti di lucine azzurre, non sa per niente di fresco.

Finalmente il buio del garage le dà un po’ di tregua ma quando si reimmette nel raccordo sembra che le luminarie del centro commerciale siano divenute tentacoli infiniti. Appena può si stacca come da una ventosa, ancora frastornata e infastidita dalla sua stessa idea di essere andata fin lì.

Entra in casa e chiude la porta alle sue spalle. Lancia tutto sulla poltrona e cerca di riprendere un respiro normale, rimanendo nel buio leggero della stanza illuminata dalla sera che entra dalle finestre.
Fissa il profilo delle colline a nord, uno spiffero pungente la pizzica.

Lo Scania raccoglieva dai lembi estremi del sud della provincia studenti e lavoratori. La campagna ghiacciata teneva in pugno i fagotti che lungo la strada lo attendevano. Chi aveva la fortuna di avere una pensilina, chi un muretto, chi nulla. Eleonora si riparava dai venti incrociati di entroterra e laguna dietro ad un albero, affacciandosi di tanto in tanto per controllare. Alto, blu, imponente e caldo. Era lui.
Ma bisognava stare all’erta, schivare i camion e mettere fuori il braccio al momento giusto altrimenti avrebbe glissato, con il suo carico di sonno, fino al capolinea.

Eleonora saliva in compagnia del solito signore, un uomo alto, secco e cordiale che lavorava nella centrale termoelettrica di Fusina. Occupava i primi posti perché lì dietro c’erano i diavoli del mattino: volti intirizziti dall’attesa, occhi stanchi per notti di studio e alzatacce. L’autista spegneva le luci per dar loro ancora tregua. L’autobus proseguiva così in mezzo ai campi e nel crepuscolo si vedevano qua e là, in giardini di case isolate, alberi secchi decorati con fili di luce asimmetrici. Erano solo piccole apparizioni nel buio.

Con questo ricordo il battito si quieta e la testa smette di impazzire dietro al pensiero di corse folli per acquisti tardivi. Eleonora ha l’impressione di ritrovare, almeno per un poco, il senso delle cose e l’atmosfera che si nasconde nel silenzio di uno spazio aperto, nel profumo dell’erba ghiacciata, nel tempo di un impasto per i biscotti o di una cartolina.

Non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. Il suo sacco è ancora vuoto e non ha trovato gli scarponcini.
Ma questo fine settimana andrà con suo figlio sulla neve, quella che ghiaccia le mani entrando traditrice nei guanti.
E quando scenderà la sera, si fermeranno in un posto dal nome sconosciuto, si siederanno in silenzio sul bagagliaio aperto della macchina e aspetteranno di vedere piccoli presepi illuminarsi tra le colline col profumo dei camini che pizzica il naso.

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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«E questa?»

«E questa cosa?»

«E questa l’ha pagato il biglietto?»

È stato allora che l’ho accoltellata, non la sopportavo più.
Avevo il coltellino svizzero che mi ha regalato mio nonno quando ho fatto l’esame di quinta elementare, e non so come mi sono ritrovato col coltello in mano a conficcarlo in quelle chiappe oscene.

Ovviamente cercare di spiegarlo a Fabio è stato inutile, lui non faceva altro che urlare.
Insulti, per lo più. A mia madre, in massima parte.
Pora mamma, meno male che non mi ha dovuto vedere umiliato dal figlio della sora Cecilia.
Lei me lo diceva sempre che “Quel ragazzo non mi piace, ha qualcosa di marcio nello sguardo, staje alla larga Paolé”.
E invece io gli sono rimasto attaccato, nonostante tutti i guai in cui mi ha ficcato.
Lui scappava, e io venivo beccato.
A scuola quando lui scriveva “preside venduto” e io facevo da palo, all’università quando mi mandava a fare gli esami al posto suo senza dirmi che la foto della carta d’identità era di quando si era tinto di biondo, e perfino in questura quando ho dovuto far finta di essere io alla guida della sua macchina quando ha investito quel poveraccio.
Aveva un provino importante lui, non poteva “fottersi la carriera per un vecchio che attraversa sulle strisce”. E infatti la carriera l’aveva fatta, lui. “Stamme vicino Paolé, che quanno divento famoso te svolto pure a te”. Diceva sempre così.

L’aveva detto pure ieri, quando mi ha chiamato alle 3 di notte per chiedermi di lei.
La voleva, ne aveva bisogno per la prova generale del suo nuovo grande successo da regista di teatro.

« Paolé, è quello per cui abbiamo sempre lavorato, me devi aiuta’».

Capirai, chissà di quale apporto intellettuale pensavo avesse bisogno.
E invece il solito servizio da schiavetto, da contratto occasionale come tuttofare quale sono.
Non sembrava comunque una cosa difficile.
La potevo trovare con facilità, ce ne stanno per tutti i gusti. Alte, basse, grasse, magre, con i capelli come vuoi, gli occhi che preferisci. E sono anche poco care.
Insomma, avete capito.

La dovevo portare all’Eliseo alle 14, per le prove generali.
Dopo trent’anni di frequentazione, sospettavo si trattasse più di una sua depravazione che di un’esigenza artistica, ma dopo tanto tempo ho smesso di chiedere.
Dicevo, non era una cosa difficile. Non dovevo neppure preoccuparmi del traffico, perché a fine agosto le strade sono ancora piuttosto libere. Eh già, perché il grande spettacolo in realtà erano due misere date quasi fuori cartellone, rimediate grazie alle solite conoscenze familiari.
Quindi, dicevo, si trattava di un lavoretto fin troppo facile, un passaggio in macchina e via.

Ma quando sei un tuttofare pagato a nero – eh sì il contratto occasionale l’ho detto per dire, manco quello mi vuole fare – anche la tua macchina ti si addice.
La mia dolce Micra proprio stamattina ha deciso di tirare le cuoia.
Ventitré anni e trecentomila chilometri di onorato servizio, neppure le posso rimproverare nulla.

« A Pa’, stavolta giusto l’unzione per gli infermi je potemo da’», mi ha detto il meccanico quando è venuto a guardarla. Chissà perché mi sentivo che qualcosa sarebbe andato storto, mi ero svegliato alle sette ed ero andato a provare la macchina.
Il resto è storia.

Da Magliana a via Nazionale con i mezzi pubblici ad agosto a Roma? Non sapevo se scegliere il percorso con “meno trasbordi” o quello con “pochi tratti a piedi”. Alla fine mi sono deciso per il secondo, perché il caldo l’avrebbe afflitta. E anche perché non mi andava di farmi vedere in giro con lei, in verità. E qui mi si è aperto l’atroce quesito. Ferrovia metropolitana FL1 o 719?
Che ingenuo, pensavo di avere la scelta.
Dopo un’ora alla stazione a sentire le cancellazioni o aspettare treni con orari invernali, ce ne siamo andati alla fermata del 719. Che era pure passato, eh. Ma poi si è rotto. Sulla via del Trullo, così, senza un lamento. Come se si fosse addormentato. E siamo rimasti lì, io lei e una signora anziana con un ombrello per ripararsi dal sole. A guardarci male. A borbottare “la gente non si vergogna più di niente ormai”.
Dopo venti minuti sotto al sole, la signora ha chiamato la nipote per farsi portare via in macchina, e noi due siamo rimasti lì a sperare in un intervento divino che mandasse una nuvola sotto cui ripararci.
Quello che è arrivato invece è una macchina con due ragazzi dentro. La volevano portare via, quei vigliacchi.
«Ah bella – le dicevano – ce fai fa un giro pure a noi, che siamo giusti e giusti due» dicevano. Ma io l’ho difesa, sapete. E poi ho cominciato a correre. Sì, sono scappato, sotto il sole di agosto e con questa appresso.
E chi lo sentiva Fabio sennò senza la sua signorina speciale.

A un certo punto mi ha visto un signore. M’ha detto: «Aó, ma ‘ndo vai co quella, nu lo vedi che se rovina co ‘sto caldo?» E si è messo a ridere.

Io non avevo neppure il fiato per respirare, ma in qualche modo sono riuscito a spiegargli la situazione e quello si è offerto di darmi un passaggio fino alla Stazione Trastevere, che lui doveva andare a prendere il figlio.

«Lo faccio pe’ lei porella, guarda come è sciupata» e ha ricominciato a ridere.

Alla Stazione Trastevere siamo scesi, l’abbiamo ringraziato e abbiamo finto di non sentire quando le ha gridato dietro: «Ah bella quanno che diventi famosa ricordate de Giorgio Santoni che t’ha dato un passaggio sotto al sole de agosto. E stai attenta a quel ben di dio che t’aritrovi eh». E giù a ridere.

Ero uscito di casa già da tre ore e mi sentivo come Leonardo Di Caprio in Revenant, a parte l’evidente differenza di temperatura. Quattordici fermate mi separavano dalla meta, e molte domande si affollavano nella mia mente.

“Lei resisterà?”

“L’autobus passerà?”

Ma una in particolare si fece strada nella mia mentre disidratata come tutto il resto del mio corpo: “Che cosa vuole quel tizio che mi sta facendo segno di avvicinarmi?”

Spaventato, ho provato a girare la faccia dall’altra parte, sperando che l’autobus passasse presto, ma era l’ennesimo pensiero infantile di quella giornata. Vi avevo detto quale meraviglioso autobus dovevo prendere? L’autobus H.
Dopo altri dieci minuti di attesa – che nell’universo del trasporto pubblico romano possono essere considerati come due ore svedesi o 5 secondi dominicani – mi sono ritrovato l’uomo vicino che mi chiedeva come si chiamava la mia amica e se per 50 euro gliela prestavo per un quarto d’ora.
Sì, avete capito bene, se gliela “prestavo” mi pagava a me.
Lì per lì volevo dargli una testata in bocca, ma sapete lui era decisamente più alto di me e tutto sommato cinquanta euro mi facevano comodo. Così le ho chiesto cosa ne pensava lei, le ho detto che se non voleva non se ne faceva niente, che in fondo quel giorno lei era un’attrice. Lei mi ha guardato con quel suo sguardo significativo e io ho aspettato in fermata quindici minuti.
Mi domanderò per sempre dove diavolo se la fosse portata, e non scorderò mai lo stato in cui è tornata.

«Aó, e che sarà mai, dai. Tiè, aiutala con questi». E mi ha passato dei fazzoletti che ho usato per ripulirle un po’ la faccia. Me lo sogno ancora di notte. Poi mi sveglio e vomito.

Incredibilmente dopo questa atrocità, è passato l’autobus.
Era vuoto, per fortuna.
Il bello di Roma d’estate è che gli autobus sono vuoti.
Ma quando mai, il bello di Roma d’estate è solo Roma, il resto è da suicidarsi.
Tutti dicono che Roma d’estate è bellissima, e poi vanno in vacanza da qualche altra parte.

Quando l’autobus è ripartito da Piazza Venezia, ecco che mi si para davanti questo qua. Biglietto prego, dice. E gli mostro l’abbonamento.

«E questa?» mi dice guardandole il sedere. Pure porco.

«E questa cosa?» gli rispondo io, passandole un braccio protettivo intorno alle spalle.

«E questa l’ha pagato il biglietto?» mi chiede il controllore, ridacchiando.

Non c’ho visto più.
Mi dispiace.
Forse è stata la disidratazione, non lo so.
Ho affondato il coltellino nella sua gola plastificata, nelle sue guance perennemente spalancate mentre i suoi occhi mi continuavano a lanciare quell’eterno sguardo inespressivo.
Il controllore ha cercato di fermarmi mentre le bucavo quel sedere di plastica gigante, sempre disponibile da quella posa inginocchiata.
L’aveva voluta inginocchiata e rossa di capelli, quel porco di Fabio, e io gliela portavo, la sua attrice speciale per la grande prova generale.
Tanto di pallone gonfiato in teatro bastava e avanzava lui.

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di Mario Greco

Illustrazione di Anastasia Coppola

In fondo al pullman sta seduta una donna coi capelli rosa, simili alle piume di un pellicano. È l’unica passeggera.

«Signora, siamo arrivati al capolinea» le dice Omar. «Deve scendere». La donna si alza.
È alta e le sue lunghe ossa sembrano scricchiolare mentre avanza nel corridoio, verso Omar.
Omar è spaventato, ma lei gli dice che non ha nulla da temere, che si trova lì per alleviare il suo dolore, lo strazio che prova per averla investita col pullman, quella mattina.
«Non è stata colpa tua» gli dice. «Quando si ha la mia età, si è po’ svampiti, i riflessi non sono più quelli di una volta, e così la vista e l’udito. E poi, deve sapere una cosa: sono morta sul colpo, non ho sofferto. È successo tutto in un attimo».

La donna va a sedersi su uno dei sedili anteriori, alle spalle di Omar.
«Nella mia vita sono stata fortunata» dice.
«Non mi posso lamentare di niente. Non ho nessun rimpianto, non ho mai fatto del male a nessuno, almeno non deliberatamente. Mio marito è morto soltanto un anno fa. Siamo stati felicemente sposati per più di sessant’anni e questo credo che possa bastare. I figli stanno bene.  Non lascio debiti. Ho pagato sempre tutte le bollette, ho tenuto la casa in ordine e sono sicura che qualcuno dei miei figli si prenderà cura del gatto e dei fiori. Adesso, però, mi piacerebbe rivedere la mia adorata città per l’ultima volta, fare il tour completo, rivedere la casa dove sono nata e la strada dove giocavo da bambina, e tutte le chiese, i monumenti e le fontane. Ti dispiace farlo per me?
Ti dispiace portarmi in giro tutta la notte, da un capo all’altro della città?»

«Non posso» risponde Omar «Devo tornare a casa, dalla mia famiglia».
Si volta a guardarla.
La faccia è integra, per niente deturpata dalla morte; le guance hanno lo stesso colore dei capelli.
Sembra delusa, però.
Sta per rialzarsi, ma Omar la blocca: «Si risieda,» le dice, «su, si risieda.»

«Ha cambiato idea?»
«Sì. Si risieda, però, e si regga forte».

Zoe - Circolare View More

di Eugenio Di Donato

Illustrazione di Zoe

Esco.
È umido.
Il cielo è denso di pioggia. È notte.

Salgo sulla novanta, è mezza vuota. Mi siedo e schiaccio il naso contro il vetro. Guardo fuori. Auto puttane lampioni, e la striscia d’asfalto nuovo, nero e fumante che si allunga sotto la città. Fa caldo, la camicia si incolla alla pelle, mi serra il torace e le ascelle, sembro un lombrico sudato. Boccheggio. Non lo volevo fare questo mestiere.
Non mi andava di arrampicarmi come una blatta assonnata e paffuta intorno alla città.
Peso 127 chili, e il caldo mi sfianca.
Faccio il portiere di notte. Hotel Varisco, largo Ignesis 22, l’ennesima rotonda.
Questa città ruota. Nessuna piazza o quasi.
Solo slarghi e un’infinità di rotonde. Nel mezzo qualche albero, panchine abborracciate e recinti per cani e per bambini. Mi allungo, premo il pulsante. Il bestione gommato stride, si flette nel centro, quasi si torce e all’ultimo si ferma. L’autista aspetta, lo sa che mi ci vuole un po’ per alzarmi e strisciare giù, sul catrame rovente. Mi fa un cenno con la mano. Faccio un cenno con il capo. Non ho collo, la mia testa è incernierata nelle spalle come un pomello.
Sono in strada. L’autista accelera e il bestione gommato riparte. Macina giri nella notte.
Circolare destra, circolare sinistra.

L’hotel Varisco è di terza categoria, un misto tra un motel e un albergo a ore.
Due stelle dice la guida della città.
Una e mezza, dico io.
Ma cambia poco. Sono in ritardo, e Mohamed è fuori che aspetta con la sigaretta in bocca. Ha visto la mia sagoma scura da ippopotamo. L’ho visto anch’io, vedo la sua pupilla annacquata mentre si dilata nello sforzo di accogliere la notte. Sorride beato, deve essere stata una giornata tranquilla.
Niente urla, niente casini nelle camere, niente cimici.
Mi stringe la mano e la mia scompare nella sua. Ho le mani sorprendentemente piccole per un uomo della mia mole. Sorride di nuovo e si allontana con il suo passo africano. Seguo il busto dondolare tra le auto, balza furtivo sulla banchina e si accende un’altra sigaretta. Si siede alla fermata, nel punto esatto dove sono sceso io. Mohamed continua a sorridere, ha un sorriso che sembra un ghigno. Muove la bocca solo a sinistra, la parte destra è indurita da una sottile cicatrice. Un ricordo d’infanzia su cui sorvola. Lo guardo, vedo il torace che si gonfia, il piacere della boccata e il fastidio del sudore che gli cola lungo le tempie. 20 decimi, sono un rapace. Non volo però, per lo più sto seduto nella mia torretta. Sta arrivando di nuovo il bestione gommato che cerchia la città, ne passa uno ogni venti minuti, rallenta, stride, si accorcia nel mezzo e all’ultimo si ferma. Scarica di tutto.
Lattine di birra, skate, radio, monopattini, bici pieghevoli, un passeggino e due donne con il velo nero e il vestito lungo. La baby slitta è pesante, le donne imbavagliate l’afferrano con mestiere e la depositano sulla banchina. È intasata di buste, di pacchi, di cibo. Mohamed le guarda perplesso. Due arabe sole nella notte fonda con un passeggino carico di cenci. Troppo anche per lui, troppo per chiunque abbia una madre o una sorella velata. Peggio dei cinesi.

Mi appollaio nella mia torretta: una poltrona di pelle lucida e reclinabile. L’ho barattata per il primo stipendio, lavorare di notte passi, ma stare scomodi no. Quando sono seduto incuto paura, lo leggo nelle pupille dei clienti, ci sono tre gradini e venendo dal basso non mi vedono. E poi d’improvviso, una volta sul pianerottolo, appaio io, un ippopotamo strabordante con occhi da falco. Capiscono subito che capisco. Il Varisco è uno spazio per tramortiti, gente che tira avanti alla giornata: balordi, alcolizzati, puttane.
Coppiette rancide e coppiette alle prime armi. Divorziati che non hanno un posto dove andare. Alcuni sono violenti, ma per lo più sono spaventati. Gente che per un paio d’ore non vuole rogne, la loro vita ne è piena. Piccoli furti, qualche rissa, patenti ritirate, spaccio, figli sparsi. Alcolismo.

La novanta stride, si ferma e riparte, si arriccia per tutta la notte, e per tutta la notte fino all’alba vomita nani, storpi, minigonne, tatuaggi, nere, asiatici, cinesi, pacchi, scatole, ragazzi. Alle sei è il turno dei peruviani, un plotone di formiche armate di spugne e scopini. Si intrufolano silenziosi e assonnati nei grossi edifici, nelle banche, negli showroom, negli hotel, e anche qui al Varisco. Puliscono. Esmeralda e Maria si trascinano dietro i loro marmocchi. Bivaccano sui divani lerci della hall, un po’ dormono, un po’ giocano con il telefono, un po’ mi guardano. Non frignano mai. Sono grassi anche loro.
Ingurgitano merendine e cocacola, e come le loro madri si fanno il segno della croce.

Sono le otto, faccio il giro dell’edificio, controllo i piani, prendo l’ascensore, aspetto Berardo. Un avellinese arzillo con la faccia scavata che fa il turno del mattino. È piccolo e magro, secco come un chiodo. La novanta inchioda, una bici le ha tagliato la strada. Berardo rimbalza, si attacca al palo e scende dal predellino imprecando. Mi preparo. Lo saluto con un cenno del capo e pesantemente mi avvio verso il bar dell’angolo. È l’ora del caffè. Mi attardo, la serranda è ancora abbassata ma Giovanni il proprietario è dentro dalle sei, una donna dai capelli sporchi e radi rovista nel bidone dell’immondizia, aspetto la novantuno, tra qualche minuto scenderà Catarina.

Catarina lavora al bar dell’angolo da un paio di mesi, è portoghese e ha il culo alto e sodo delle brasiliane, la coda di cavallo e un sorriso capace di ridestare uno zombie. Ambrata, con il corpo elastico di un felino si flette e tira su la serranda. Non mi ha visto, è arrivata dal lato opposto, aspetto qualche minuto prima di entrare, il tempo di farla sistemare dietro il bancone. Sono quasi sempre il primo cliente, anche se capita che qualcuno che scende dalla novantuno la segua come un cane al guinzaglio fino alla serranda. Il caffè Ibisco è un residuo della media borghesia del quartiere. Tavolini di fattura, buona pasticceria, niente tabacchi e niente slot machine. Apre alle otto e un quarto e serve gli uffici della zona, i colletti bianchi che cominciano la giornata alle nove, i pensionati e gli universitari squattrinati. Dopo le dieci appare qualche computer, facce assonnate, barbe, occhiali da sole e camice pseudo hawaiane. Sono rari però. Qui il fashion non attecchisce.
Non ci sono ville e la metropolitana è lontana.

«Bom dia» e si apre una colonna di denti bianchi.

«Il solito?» Accenno di sì con il capo e mi aggrappo al bancone per non cadere.

Bevo il caffè, ingoio due brioche vuote, lascio la mancia e mi volto verso l’uscita. Mi sta guardando, lo so che mi sta guardando. Tutti mi guardano, si spostano perfino, mi fanno spazio. Sono ingombrante. Mi avvio verso la fermata. Il bestione gommato stride, si torce al centro e all’ultimo si ferma. Schiaccio il naso contro il finestrino. Catarina non c’è, è dietro in cucina.
Il bestione gommato accelera.

Anastasia Coppola - Peyote View More

di Leonardo Dragoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

Corre voce che “la combinazione del Peyote” sia un miscuglio fatto di colla di calzolaio, semi di “Gorilla Glue” e qualche altro intruglio chimico dagli effetti apocalittici.
Una dose mi costa come l’incasso di un turno di notte.

Sono le tre e un quarto quando il display s’illumina e il cicalino mi segnala la corsa.
A quest’ora mi aspetto una prostituta che ha lavorato a domicilio e torna a casa. Nei due minuti che mi separano dall’indirizzo cerco di immaginare che profumo avrà, come potrà essere.
Scommetto con me stesso che si tratta di una transessuale di colore.

Invece sale un tizio anonimo che si siede davanti, di fianco a me.
Almeno così ho creduto, perché cento metri più avanti m’accorgo che invece quel tizio è seduto dietro.
Mi accorgo anche che non è affatto anonimo, perché è un nano.
Sono confuso. Deve essere qualche effetto collaterale di questa robaccia.
Comincio a guardarlo dal retrovisore e lui se ne accorge. Allora anche lui comincia a fissarmi.

Vorrei domandargli cosa ci faccia lì dietro, visto che un minuto prima s’era seduto davanti. Invece è lui a parlare per primo:
«Non lo accende il tassametro?»
«Subito, mi scusi!»

Cavolo. Eppure ero sicuro di averlo acceso.

Le sostanze che assumo trasformano le percezioni, ne alterano l’intensità, ma non mi rendono un visionario e non provocano allucinazioni. Quindi non riesco a spiegarmi cosa stia accadendo.
Quando quest’uomo è salito a bordo era una persona di media statura e si era accomodato davanti.
Ne sono certo. Invece mi ritrovo un nano seduto sul sedile posteriore.

«Non sarà mica uno di quei tassisti musoni? Il percorso è abbastanza lungo, parliamo di qualcosa, vuole?»
«Certo, perché no?».

D’un tratto ho l’impressione di viaggiare alla velocità di un razzo.
Il mondo si distorce al mio passaggio.
Mi volto indietro a guardare il cliente, voglio leggere il terrore nei suoi occhi e vedere la sua espressione mentre ci schiantiamo in tangenziale e diventiamo poltiglie al sugo, spappolate sul cruscotto. Invece quello ha un’espressione talmente serafica da convincermi che la velocità è solo un’illusione. Un quadro futurista.
Infatti sto guardando dietro, eppure non ci schiantiamo. Rimango a guardarlo aspettando che urli “guardi avanti!”, ma non lo fa.
Sorride, invece.

«Parliamo del senso della vita. Qual è il senso dell’esistenza, secondo lei?».
Parlare del senso della vita in una notte di ferragosto, imbottito di droga dentro un abitacolo con un nano del cazzo. Riesce difficile immaginare qualcosa di più onirico.

«Non è proprio semplice», dico.
«Provi»
«Trovare delle risposte?»
«Interessante. Ma a quali domande?»
«Non saprei…»
«Provi»
«Forse è proprio trovare delle risposte a domande come la sua, domande come: “qual è il senso della vita?”».
«Forse»
«E lei ne ha trovate?»
«Cosa?»
«Di risposte alla domanda, dico, ne ha trovate?»
«No»
«Ne è certo?»
«Una, forse»
«Sarebbe?»
«Il senso della vita è qualcosa di così grande e profondo, che sarebbe da sciocchi pensare di coglierlo. Non crede?»

Non rispondo, forse ha perfino ragione.
Ai miei lati la città sfreccia in mille colori stonati, luci allungate dall’eccesso di velocità. Sembra un quadro di Balla. La mia tipa mi ha portato a una mostra sul futurismo la settimana scorsa. Mi dico che non è grave, che siamo ancora nell’ambito delle sensazioni. La velocità, non è forse una percezione? Poi però guardo di nuovo nel retrovisore e quel che vedo non è più soltanto un’impressione: quell’uomo ha indossato una strana maschera bianca, da clown. No, non proprio da clown, ma da marionetta. Meglio ancora, non è una maschera.
Quell’uomo non è più un uomo, è diventato una marionetta.

Trasfigurato.
È di legno, e – insisto – lo è davvero, non soltanto nel mio mondo tossico, di percezioni alterate dalla chimica.
Questo deve essere chiaro.

Mi dice: «Non è forse per questa ragione che lei si droga?».

Fa caldo, non ho dubbi neanche su questo.
Ma quando la marionetta parla, dalla sua bocca esce del fumo della stessa consistenza del vapore generato dall’alito caldo a contatto con l’aria fredda.

Cosa diavolo sta succedendo?
Decido di mischiare le carte.
Concentro tutta la pressione che posso sul piede destro e pigio sul freno come un ossesso. Tutto quel che ottengo è rendermi conto di un’altra stranezza. La marionetta non è più da sola, ma con la sua famiglia. Sul sedile posteriore adesso ho quattro marionette.
Padre, madre e due figli. Mi fissano.

Sbotto a ridere.
Stavolta il Peyote m’ha rifilato un allucinogeno pazzesco!

Allora grido ridendo: «Cazzo! siete in quattro adesso!»
«Siamo sempre stati in quattro, signore»
«E se ora freno bruscamente?»
«Cosa?»
«Diventerete otto? Sedici?».

Si guardano come se avessi detto una cazzata e cominciano a parlottare tra loro. Sembra parlino una strana lingua. Forse Amish, uno strano dialetto tedesco. Mentre parlano mi accorgo che in effetti non sono quattro, perché ci sono anche altre piccolissime marionette che camminano sul sedile posteriore. Non le avevo notate prima, forse per le loro dimensioni ridotte, più piccole di un playmobil.

«Ma quanti siete là dietro?»
«Non c’è nessuno qui dietro signore. Siamo tutti nella sua mente».

Giorni fa ho letto un libro sul Biocentrismo.
Non ci ho capito molto, però cercava di convincermi che nulla esiste davvero, al di fuori del mio pensiero.
Forse il nano (perché quello è un nano, una marionetta di nano) mi sta dicendo proprio questo? 
Ma se così fosse, anche lui, il nano – la marionetta, il clown, quel coso insomma – esisterebbe solo nella mia testa.

A questo punto comincio a vedere marionette ancora più piccole camminare anche sul cruscotto.
Qualche impulso proveniente da qualche parte nel mio cervello mi ordina di strizzare forte le palpebre, fino a farmi male.

Poi riapro gli occhi. Sono ancora lì. Sempre più numerosi.

«Ma quanti cazzo siete?»
«Prima che tutto questo divenga il manifesto di un nuovo esistenzialismo, o forse una specie di teatro dell’assurdo, si fermi che siamo arrivati».

Fermo la macchina e ho la sensazione di non essermi mai mosso, di essere già fermo da chissà quanto tempo. Mi volto ancora e la marionetta è sola. Dove sono finiti sua moglie e i suoi figli? E tutte le altre marionette più piccole?

«Allora quanto le devo?»
«Mi deve una spiegazione. E che sia convincente».
«Bene. Tenga pure il resto».

Mi porge qualcosa. Mi caccia qualcosa in mano. Qualcosa di reale che non sono soldi. Non riesco ad aprire la mano finché non è sceso dall’auto e la portiera si è richiusa. Allora l’apro di scatto. È una marionetta. Nella mia mano c’è una piccola marionetta di legno bianco. Una cazzo di nano-clown-marionetta. Uguale a tutte le altre, ma diversa: ha le mie sembianze, la mia faccia.

Sono io.

Liliana Brucato - Girasoli View More

di Gius Petruzzi

Illustrazione di Liliana Brucato

Stamattina mi chiama quello schizzato di Berry e dice di mettermi il costume da bagno.
Lido Verde ci aspetta e sarà pieno così di tette e culi da strizzare.
Sollevo gli occhi al cielo.

Se solo bastasse questo a rimettere insieme i pezzi di me.
Gli rispondo che mi ci vuole tempo. Non è mica facile levarsi di dosso la sbornia del venerdì, e non è facile neanche togliersi dalla testa quella stronza di Diana. Maledetta.
Berry mi dice di muovermi, la statale 16 sarà nevrotica e per arrivare ci metteremo almeno un’ora. Dico ok e riattacco. Sbuffo.
Lo so, sarà un’altra estate di dolore.

Berry affonda il pedale.
La macchina corre veloce sulla statale adriatica.
Dal vetro del finestrino solo nastri colorati. Il nero della strada, il giallo del grano e dei girasoli, il blu del mare, l’azzurro del cielo.
Prendimi vento, trafiggimi, almeno per un minuto fammi dimenticare il dolore, questo mostriciattolo che salta divertito qui in petto. Non ho voglia di ascoltare i pensieri. Giro e rigiro la rotella del volume fino a far ronzare le casse.
Berry che te la ridi sempre, come fai, dimmelo.
Vorrei che la tua felicità fosse anche la mia. Ed è troppo facile, lo so, buttare giù birra su birra, gin su gin, ma serve un modo pratico e veloce per riempire gli spazi, colmare i vuoti, accelerare questo sangue freddo che s’affatica a scorrere.

Neanche mezz’ora di strada che Berry accosta alla piazzola di sosta.
Vuole fare un’altra striscia.
«Che cazzo fai…devi guidare», ma lui se la ride e piazza quella merda sullo schermo del telefono.
«Aspettami – gli dico – ho da pisciare».
Oltre il guard-rail i girasoli mi guardano.
Queste ridenti teste gialle mi mettono angoscia. Mi ricordano Diana.

Lei era un girasole dell’Adriatico e come tutti i girasoli dell’Adriatico non seguono il tramonto verso il mare.
Ma offesi gli voltano le spalle in attesa che proprio da lì, dal cobalto dell’acqua marina, arrivi l’abbraccio di una luce nuova.
Scusami cielo se anche oggi che sei così limpido, vedi queste lacrimucce bagnare l’asfalto duro; ti prego vento lasciale cadere sul terreno, fa’ spuntare una piccola gioia.

«Muoviti!» Grida lo schizzato dalla macchina.
La pipì è finita, le lacrime no.
Sfrego gli occhi e di nuovo via verso il mare. Dalla borsa frigo prendo una birra. Sono già alla quarta. Si deve far veloce prima che si scaldi. Mi sento brillo, sarà il sole su questa faccia scura, la musica a palla o quest’assurda ossessione.
Ho voglia di ascoltare Ciao amore, ciao nella versione di Tenco.
Ho proprio bisogno di te, Luigi. Ora.
Dimmi con la tua voce calda che tutto tornerà al suo posto, che ogni pezzo di questo corpo può ancora tenersi su. Come dici? Sarà proprio così?
E allora voglio volare, le sento le ali sulla schiena. Fuori dal finestrino è tutto più bello: quelli che prima erano girasoli ora sono un mare giallo. Ed io mi ci tuffo.
Ciao amore, ciao.
È tutto finito.

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Ultimo Indizio

di Stefania Coco Scalisi

Illustrazione di Anastasia Coppola

Quelle parole le risuonavano in testa mentre si rigirava nel letto, sperando di convincere il sonno a usarle la gentilezza di degnarla di un po’ d’attenzione.

Cosa poteva significare?
Era da quando aveva lasciato quel ragazzo delle consegne sotto l’albero un paio d’ore prima che ci pensava.
Castelli in quella città non ce ne erano, o meglio, c’era una specie di fortezza normanna, di quel solido color grigio pietra che a tutto faceva pensare fuorché al verde.

No, non poteva essere quello il castello verde dell’indizio: quella fortezza evocava saccheggi e catene, l’unica cosa verde a cui poteva associarlo era quello delle muffe delle sue celle sotterranee. Doveva concentrarsi su altro. Forse era il verde la chiave di volta dell’enigma? Forse erano i colori il grimaldello per scoprire la verità?
Fu a quella conclusione che giunse mentre finalmente le si chiusero gli occhi e il suo corpo iniziò a scivolare lentamente nel sonno dei giusti.

Quando la mattina si risvegliò, ci mise un attimo prima di capire dove fosse.
Aveva la bocca impastata e la fronte imperlata di sudore, complice il caldo innaturale e la massa di capelli che aveva dimenticato di raccogliere dietro la nuca. Un vero schifo.
Fu solo il bip del cellulare che riportò definitivamente la sua attenzione alla stanza e a quel letto.
Che fosse un altro indizio?
Con un fremito ingiustificato lo prese in mano e mise a fuoco il testo sullo schermo:

“Non dimenticate il vostro appuntamento per il vaccino. Ore 10.20, Unità Vaccinale Mobile, Piazza Federico di Svevia”.

Il vaccino! Come aveva fatto a dimenticarlo? Aveva preso quell’appuntamento settimane prima e ora, presa da quella smania, l’aveva totalmente rimosso. Forse era il segnale definitivo che quella storia le stava sfuggendo di mano, che doveva smettere di cercare quel bar segreto, che stava diventando pazza in nome di un cocktail.

Guardò l’orologio.
Erano le 9.30.
Si lavò rapidamente e nel giro di mezz’ora era già sulla sua vespa diretta verso il luogo dell’appuntamento.
La strada era piuttosto trafficata ma conosceva la città come le sue tasche e si muoveva sul motorino come uno scippatore in fuga con una borsetta.
Sarebbe arrivata in tempo.

E infatti, alle 10.10, era già davanti alla tendostruttura bianca e leggera, che spiccava nel suo candore in quella piazza sovrastata dall’enorme castello dietro di lei. Castello.
Quello era il castello normanno della città. Che fosse…?
Parcheggiò il motorino davanti l’entrata dell’unità vaccinale, in un angolino che sembrava aspettare solo lei, all’angolo con la macelleria Verde Pascolo. Castello, verde.

Ebbe un giramento di testa. E se..? No, non doveva farsi illusioni, non era così.
Non poteva essere così.
E se non fosse stato così, il suo povero cuore non avrebbe retto.
Scacciò quel pensiero dalla mente. Erano comunque le 10 del mattino e certamente un bar segreto non poteva aprire a quell’ora. Si mise in fila. C’era parecchia gente, ma tutti rispettavano il proprio turno ordinatamente.
Si entrava pochi per volta, ognuno secondo il numerino che aveva ricevuto al momento della prenotazione.

Alle 10.20 in punto, la chiamarono.
Compilò dei moduli piuttosto lunghi e dettagliati e dopo qualche minuto fu invitata a entrare per la sua dose.
Il medico che la accolse era un ragazzo piuttosto giovane, forse appena laureato, che tentò subito di metterla a suo agio parlandole un po’ del più e del meno.

«Allora, pronta per il vaccino?»

«Si, grazie. A dire il vero l’avevo proprio dimenticato. Se non avessi ricevuto un messaggio sul cellulare non mi sarei presentata».

«Ma davvero? Eppure non si parla di altro in questi giorni!»

«Sì, ma sono stata presa da altro. Una scemenza a dire il vero. Guardi se ci penso mi viene da ridere».

«Sono indiscreto se le chiedo di cosa si trattava?»

Lo guardò.
Era un modo di metterla a suo agio o era semplicemente un ficcanaso?
Rispose con un misto di riluttanza ed imbarazzo.

«Ma guardi, difficile da spiegare. Una specie di caccia al tesoro a indizi. L’ultimo era castello verde.
Ma davvero, non mi faccia dire di più che mi sento una stupida!»

«Come ha detto scusi?»

«Che mi sentirei una stupida»

«No prima. Ha parlato di una caccia al tesoro e un indizio, castello… »

«Castello Verde. Una cosa senza senso. È più di una settimana che perdo la testa dietro questi indizi. Sarà la solita scemenza tipo catena di Sant’Antonio e ci sono finita dentro».

Il medico si fece improvvisamente silenzioso.
Le fece la puntura in tutta fretta e le mise un cerotto.

«Mi segua».

«Prego?»

«Mi segua da questa parte. Deve compilare un ultimo modulo».

«Ok».

Fece per seguirlo.
Lo vide imboccare un piccolo corridoio e scostare una grossa tenda bianca.
Quel posto era molto più grande di quanto potesse sospettare.
Scostò anche lei la tende e all’improvviso le sue ginocchia cedettero.

«Alla fine ci ha trovati! Brava!».

Davanti a lei un piccolo bancone bar, pieno di bottiglie e bicchieri. E dietro al bancone, il medico di prima.

«Non era facile vero? Gli indizi cambiavano sempre perché ci spostiamo in continuazione. E poi non aveva senso farli troppo facili, sennò dove sta il divertimento?»

Lei fece di si con la testa, totalmente incapace di parlare.

«L’idea c’è venuta così, una mattina. Tutto è partito dal fatto che abbiamo un frigo in più che restava sempre vuoto. Poi come vedi- posso darti del tu?- di spazio ce ne è e di tempi morti pure. Di solito serviamo i drink quando gli appuntamenti finiscono. Ma se vuoi possiamo fare un’eccezione. Che ti servo?».

Continuava a fissarlo come un’ebete. Non capiva se per lo stupore o per la gioia.

«Un oldfashioned si può avere? Cioè a me piace quello col succo di mirtilli, però non so…»

«No mi dispiace. Noi possiamo solo servire cose classiche, sai, è pur sempre un centro vaccinale!»

«Certo, scusa. Va bene un oldfashioned classico allora?».

«Un po’ fortino a quest’ora ma ok. Però promettimi che non ti muovi di qui per almeno mezz’ora, in caso ti girasse la testa».

Annuì.
Lui le porse il cocktail.

«Fanno 8 euro, grazie!».

Pagò.
Lui le diede il resto.

«Ora devo andare. Tu resta quanto vuoi! E goditi il tuo drink. Te lo sei meritato».

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Colazioni Salate View More

di Stefano Tarquini

Illustrazione di Diaz


Il parcheggio buio sembra una fetta di groviera andata a male, con tutti i suoi buchi e crateri nell’asfalto.
Miriam li schiva con disinvoltura e guida via veloce, scomparendo nella notte assorta di provincia.

Nino se la guarda dallo specchietto retrovisore e la scia degli stop rossi rimane solo un ricordo, disegnato nell’aria pesante di un giorno nascosto nel silenzio soffuso di semafori dal giallo intermittente.

Ogni lunedì, Miriam è di riposo e la mattina fa tapis roulant.
Dopo aver fatto la doccia improvvisa una goffa messa in piega che le dura dieci minuti, ma che a lei piace lo stesso, e si trucca gli occhi mentre asciuga lo specchio dal vapore che ha riempito il bagno, con lo stesso panno in cui aveva avvolto i capelli in un turbante.
Mangia un boccone con Elvira, la sua coinquilina di buona famiglia, che potrebbe avere una casa tutta per sé ma preferisce così, un po’ per andare contro i suoi, un po’ perché ancora crede di essere veramente indipendente, pur essendo ricca.
Poi si fa mezza Roma in macchina per fare l’amore con Nino, che il lunedì fa solo pranzi ed ha la sera libera.

Lui si fa la doccia al Mulino, una vecchia pizzeria col forno a legna dove lavora da quando è ragazzino, in un piccolo bagno/spogliatoio improvvisato che non ha finestre, in cui Mario, detto Don Chisciotte, il vecchio proprietario dal cuore grande e dal baffo arrotolato ai bordi della bocca, scrisse, con un bianchissimo Uniposca su un piccolo specchio venti per venti: vietato cacare.

In realtà avrebbe dovuto scrivere vietato pippare, ma era stato un fottutissimo cocainomane, e quel bagnetto angusto aveva ospitato, nei vent’anni precedenti, la crema dei drogati e delinquenti della zona. Poi però aveva cercato di trasformare il Mulino in una pizzeria per famiglie, e in parte c’era riuscito, ma aveva lasciato tutte le cose com’ erano. Diceva che gli servivano per ricordare.

Lo specchio e la scritta erano ancora lì e tutti quelli che avevano lavorato al Mulino ci si erano fatti una foto: camerieri, aiuto cuochi, pizzaioli e cocainomani.

Le foto sono quasi tutte attaccate con una puntina alla parete dietro la cassa, ma nessuno dei clienti ci fa caso mentre paga o è in fila. Non sanno che posto sia quello, loro possono usufruire del bagno apposito al piano di sotto, dove si può aspettare il proprio turno in un ambiente confortevole, con un divano comodo, due candele profumate e la filodiffusione.

Oggi Nino le ha portato una busta di supplì fatti da lui.
Mangiare era un ottimo diversivo per tutti e due.
Miriam adorava parlare di cibo e di ricette, e si esprimeva quasi solo con modi di dire che poi diventavano una specie di loro linguaggio privato.
Appena conosciuti ad esempio, rispondeva ai messaggi porno di Nino con un secco: faccio finta di non aver letto, o, in caso di messaggi vocali, di non aver sentito.
Adesso lo usa rispondendo a messaggi di altro tipo, come parte di un codice tutto loro.

Oggi, per esempio, se n’ è uscita con una delle sue massime sulla prima colazione, il «pasto più importante della giornata».

«Uno dei periodi più belli della mia vita è stato quando il dietologo mi aveva prescritto la colazione salata: una fetta di pane bruscato col prosciutto crudo i giorni pari, col salmone i dispari, accompagnato da una spremuta di arance rosse senza zucchero. Che bei tempi, quelli!»

Secondo Nino, invece, il fritto una volta a settimana è come un elisir di lunga vita: riattiva il suo povero fegato ingrossato, torturato da una vita di eccessi. Le loro dritte approssimative sull’alimentazione corretta li facevano ridere così fragorosamente e con gioia, da non volere più smettere di farlo.
E a volte non lo facevano, se ne stavano lì a ridere e ridere, fino a non poterne più.

Miriam ha un Opel Corsa nera, con un vecchio adesivo attaccato sopra la targa, che non si ricorda neanche più dove l’ha preso: mortacci tua!
Lui arriva sempre prima di lei all’appuntamento e dà una pulita veloce ai sedili, sbattendoli alla buona e aprendo i finestrini per far cambiare l’aria.

Poi arriva lei con i suoi occhi luminosi.
A volte neanche si salutano, in pochi minuti si ritrovano mezzi nudi sul sedile posteriore, tanto hanno voglia di fare l’amore, e una volta venuti entrambi, si guardano negli occhi: «Ciao, sei proprio tu?».

Quasi sempre lo rifanno un’altra volta, ma solo dopo essersi cullati l’uno negli abbracci dell’altra e raccontati gli alti e bassi della settimana.

«Hai portato i supplì? Sìì!» E mentre infila la mano fino ai polsi nella carta unta che ancora fuma, Miriam gli racconta che la sera prima ha provato a fare pasta e fagioli per la prima volta.
Le era venuta disastrosamente buona, orgogliosamente fitta, ma sciapissima e con la cipolla tagliata troppo grossa. Elvira era di bocca buona e l’aveva divorata, dice, ma le aveva anche fatto notare quei particolari, e questo l’aveva un po’ divertita e un po’ offesa.

Nino stappa la bottiglia di acqua minerale con l’accendino, facendo rimbalzare il tappo oltre il tettuccio apribile da cui sta entrando la notte, scende e lo raccoglie subito per non lasciare tracce del loro passaggio.
Lasciare pulito ovunque è una cosa che si porta dietro da sempre, da quando era cresciuto con una nonna e due cani, e aveva dovuto imparare velocemente sia le buone maniere che a fare la lavatrice.

Da due settimane beve solo acqua perché la prossima deve fare le analisi per rinnovare la patente.
Esattamente sette anni prima, proprio quello stesso giorno, aveva avuto un brutto incidente e i carabinieri che erano intervenuti lo avevano sottoposto ad un alcol test molto positivo, facendolo entrare in un percorso amministrativo estenuante.

Lo racconta spesso: «Quando vado a fare gli esami al Pertini, in mezzo a tutti gli altri colleghi di sbornia, sono l’unico che ammette di aver bevuto davvero. Tutti gli altri inventano scuse con sé stessi, tipo: io stavo lucidissimo, io solo mezzo bicchiere, l’alcol test è fasullo, eccetera eccetera».
Lui non se ne vergognava, però se quella maledetta sera non avesse bevuto, sarebbe stato decisamente meglio.

Miriam è al terzo supplì e parla con la bocca piena.
Nino di solito la ascolta senza interrompere.
La loro storia è tutta qui: tanti bei ricordi e un odore di fritto che riempie la macchina.

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di Luca Cassarini

illustrazione di Anastasia Coppola

“Per quanto il mondo possa sembrarti assurdo, non dimenticare mai che offri un bel contributo a questa assurdità                                con il tuo agire o con il tuo astenerti.”

(Arthur Schnitzler, “Libro dei motti e degli aforismi”)

«Biglietto, prego».

Il controllore Antonio Prevosti era sempre lo stesso, da anni.
Decano dell’azienda municipale di trasporti in quella piccola cittadina di frontiera, assieme a cappellino e divisa d’ordinanza indossava sempre un leggero profumo a buon prezzo.
In quel momento attendeva che uno dei pochi passeggeri della corsa delle 10 e 23 esibisse il proprio titolo di viaggio. Teneva chino lo sguardo sotto una montatura di occhiali alla moda, dando ogni tanto leggeri colpi di tosse.
Abile nel suo mestiere, riconosceva a prima vista biglietti scaduti o tarocchi, ed aveva fiuto per quelli usati più del dovuto.
Non sembrava questo il caso, fortunatamente.

«Ecco a lei», annunciò il passeggero dopo una ricerca parsa infinita.
«…Grazie».
«A lei».
«Buon proseguimento di viaggio».
«Hmm-hmm».

Il viaggiatore, uomo sulla cinquantina, barba rada a coprirgli il viso, tornò a sprofondare nel seggiolino della corriera. Sapeva che il viaggio non sarebbe stato troppo breve, ma erano passati anni, se non decenni, dall’ultima volta che si era prestato ad un’esperienza del genere. Solitamente andava in macchina, tuttavia per un malaugurato incastro del destino la vettura era dal meccanico e lui aveva un appuntamento inevitabile, sicché aveva scrutato con rassegnazione l’orario dei mezzi pubblici che collegavano le sua città con la destinazione voluta.
Bestemmiando leggermente, aveva visto che ne passava uno ogni ora e mezza, per cui si era ulteriormente rassegnato a prendere il primo disponibile per poi aspettare, una volta giunto nella città di K., il tempo dovuto.
Un bar o una panchina della piazza non avrebbero fatto troppa differenza.
In fondo, era un tipo paziente.
Lo dicevano tutti quanti, ed era vero.
Con la sua stoica pazienza si sistemò dunque sul sedile, ed iniziò presto a sonnecchiare.

«Biglietto, prego».

Il controllore, che di nome faceva sempre Antonio Prevosti, lo destò dal suo torpore.
Erano già arrivati? L’uomo sulla cinquantina, ma potevano essere anche poco più di quarantacinque, in quelle fasce d’età indefinite dove sfumano le differenze nette, guardò dapprima fuori, quindi verso il proprietario di quella voce. Per un attimo pensò di aver cambiato linea alla fermata immaginaria dei suoi sogni. Notò con sospetto che era lo stesso di prima, e si chiese come mai tornasse a chiedergli la medesima cosa. Forse se n’era dimenticato, oppure era la prassi dell’azienda. Per certi aspetti avrebbe voluto protestare, ma la richiesta era tutto sommato legittima e garbata, e contro la legge sempre meglio non avere grane.
Mai, e di nessun tipo.
Sbuffando leggermente, tirò fuori il suo biglietto.

«Ecco a lei».
«…Grazie».
«A lei».
«Buon proseguimento di viaggio».
«Hmm-hmm».

Cercò di cogliere punti di riferimento per capire quanto potesse mancare  all’arrivo, ma la strada era abbastanza omogenea nel suo imperterrito scorrere, i cartelli sfrecciavano troppo in fretta perché potesse leggerli bene, forse si sarebbero fermati da qualche parte e avrebbe potuto fare mente locale.
Era certo che sarebbero arrivati a breve, questioni di decine di minuti, al più.
Iniziò a guardare fuori dal finestrino cercando di cogliere qualcosa di interessante al suo sguardo, e che lo aiutasse a passare il tempo.
Tanto valeva arrangiarsi con quel che offriva il convento.
Ovvero, un paesaggio che scorreva sempre uguale a se stesso.
Rimase presto ipnotizzato dal viaggio.

«Biglietto, prego».

Il controllore, che si chiamava ancora Antonio Prevosti, d’altronde c’era solo lui a compiere quella noiosa incombenza sulla tratta, stavolta lo prese veramente alla sprovvista. In effetti, si era incantato nel loop del viaggio.
Il rollio delle ruote sull’asfalto era sottofondo costante e, per certi aspetti, soporifero.
L’uomo, che poteva anche avere un’età quasi prossima alla pensione, stemperò la tensione in corpo con una dose d’ironia, canticchiandosi in testa: “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più…?”.
Quanto tempo era trascorso? Mezz’ora, un’ora? A breve sarebbero pur dovuti giungere a destinazione, no?

Si azzardò a dire: «Scusi, ma…».
«Biglietto. Prego», ripetè il controllore, con la pazienza di chi ne aveva viste tante. Abbastanza nervoso, l’uomo glielo porse mezzo sgualcito e spiegazzato.
«A lei».
Il controllore impiegò un tempo infinito nello scrutarlo adeguatamente, su ambo i lati, onde evitare brutte sorprese. I cosiddetti portoghesi erano una costante nel tempo e nello spazio, leggende tramandate da generazioni di controllori.
«Grazie», disse infine allo stralunato passeggero, con un reiterato cenno professionale.
«…»
«Buon proseguimento di viaggio».
«…»

Non ci stava capendo più nulla.
Presto sarebbero arrivati a destinazione, ne era certo.
Gli pareva che il sole fosse stabile lassù in cielo, ma le giornate sembravano avere una durata immensa, d’estate.
E la strada somigliava ad una striscia di asfalto senza fine, dilatata dallo spazio e dal tempo.
Ad un certo punto sentì distintamente uno strambo rumore.
Si guardò veloce attorno, sulla corriera era rimasto solo lui.
Ignorava dove potessero esser scesi tutti gli altri, era sicuro non fosse stato l’unico passeggero a salire su quel mezzo, chissà quanto tempo prima, chissà dove.
Stava perdendo ogni riferimento spazio-temporale, in quell’andirivieni costante ed assurdo.

Antonio Prevosti, il medesimo controllore di poc’anzi, e prima, e prima ancora, sgusciò tutt’un tratto in mezzo al corridoio dell’autobus.
La sua faccia era ermetica come quelle dei tutori dell’ordine.

«Biglietto, prego» chiese puntiglioso, scandendo bene le parole.
Il passeggero, di un’età indefinita e abbastanza stravolto, per poco non si mise a piangere, o gridare.

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di Diana Colombre

Illustrazione di Stefania Brandini


Il cielo, livido per le percosse di invisibili giganti, sanguinava un’acquerugiola fine.
C’era un’atmosfera d’immota attesa nella campagna desolata.
Guardai il mio orologio da polso: le quattro meno un quarto del pomeriggio.
Si sapeva tutti che di lì a poco sarebbe successo qualcosa, eppure si aveva l’impressione che la Natura stesse ritrattando, indecisa, come chi si propone di intervenire a un discorso ma poi desiste, rimanendo a bocca aperta senza emettere alcun suono.
La notizia era stata divulgata dal telegiornale della sera prima: quest’oggi alle cinque sarebbe finito il mondo.

Io non avevo ancora deciso se crederci o meno e poi, comunque, se la Terra si fosse disintegrata proprio alle diciassette in punto, che altro si poteva fare se non tirare avanti fino a quel momento?
L’Espresso iniziò a rallentare innalzando un lamento lugubre di mastodonte ferito a morte.
Raccolsi la mia roba – l’impermeabile, il cappello e una ventiquattrore – dal sedile affianco al mio e uscii dallo scomparto accendendomi distrattamente una sigaretta.
La carrozza era vuota fatta eccezione per una coppia di anziani coniugi che si trascinavano appresso un paio di borsoni blu deformati dal loro stesso contenuto.
La donna mi sorrise. Non so perché.

Gettai nuovamente lo sguardo all’orologio mentre scendevo dal predellino: le quattro e cinque minuti.
Scrollai la testa, quel treno era puntualmente in ritardo.
M’incamminai verso casa, avevo una gran voglia di rivedere mia moglie e i miei due figli, Christian e Davide, di sette e undici anni.

Di autobus, naturalmente, nemmeno l’ombra.
Un sentito ringraziamento alle solitamente tanto bistrattate Ferrovie che almeno avevano garantito alcuni treni a lunga percorrenza (sebbene ciò si dovesse più che altro alla solitaria ostinazione di qualche macchinista).
Spensi ciò che restava della mia sigaretta in uno di quei posacenere da esterno che l’amministrazione comunale aveva sparso per il concentrico in cerca di consensi.
La città pareva semi-deserta salvo il passaggio occasionale di qualche auto stracarica di persone e oggetti.
Chissà dove credevano di potersene scappare.
Molta gente si era barricata in casa, ma dei disordini e degli atti vandalici della notte precedente rimanevano ormai solo vetri rotti, parchimetri divelti e carcasse d’auto incendiate.
Evidentemente l’annuncio diffuso dal tg aveva fatto presa su molti.

Sembrava che la città fosse già morta, fottendosene alla grande del tempo che le era stato ancora concesso.
Un ultimo, rabbioso smacco inflitto alla bomba a orologeria che ticchettava e ticchettava e che avrebbe smesso solo alle cinque di oggi.
E se, invece, si erano inventati tutto, che so, tipo per testare la nostra reazione?
Anche perché, siamo sinceri: come si può prevedere l’ora esatta dell’Apocalisse?

Non ci era stato detto nulla sul modo in cui ci saremmo estinti e ciò aveva prodotto dei godibili dibattiti televisivi a cui avevo dato una fuggevole occhiata mentre ero al lavoro. C’era chi metteva in ballo i quattro elementi, chi la religione (qualunque essa fosse), chi il nucleare, chi le comete, chi tutti questi assieme… sia come sia, per me tutte balle.

Una veneranda 126 verde muschio con un tavolo rettangolare capovolto sopra il tettuccio mi tagliò la strada rischiando di travolgermi: «Eh, diamine! Quanta fretta!» sbraitai balzando indietro.
Scrutai stizzito l’orologio: le quattro e ventitré.

Erano quasi le quattro e mezza e io me ne stavo ancora in giro.
Era davvero incredibile come scorresse velocemente il tempo.
Non che dessi peso a quelle fandonie, eh, però volevo essere a casa prima delle cinque, avevo un sacco di lavoretti da portare a termine.
Aveva fortunatamente smesso di piovere, ma le falde del mio cappello si erano ormai inclinate gocciolanti verso le spalle quasi a voler fare la caricatura di un clown triste.

Il sole incominciò a far capolino fra le nubi ed io mi sbottonai rasserenato l’impermeabile.
Uomini e donne, di diversa età e ceto, presero a uscire timidamente sui balconi e c’era chi sorrideva e chi lanciava saluti alla nostra stella come se la vedessero per la prima volta o come se fossero consapevoli che sarebbe stata l’ultima.

«Be’, ma allora» captai il discorso di un uomo obeso con le pieghe del collo sudaticce «se è uscito il sole è tutto a posto! Cosa diavolo volete che succeda con il sole?».
Mi fermai un istante davanti allo schermo a cristalli liquidi di un negozio: “diciannove gradi, sedici e quarantasei”.

Ripresi a camminare turbato.
Non mi ero mai accorto che casa mia fosse così lontana dalla stazione.
Estrassi un’altra sigaretta dal pacchetto che tenevo nel taschino ma non trovando l’accendino, per qualche motivo a me ignoto, m’accontentai di tenerla a ciondolare fra le labbra, spenta.
Potevo chiedere d’accendere a qualche passante.
Se solo ne avessi incrociato uno.

Un merlo sparuto cominciò a cantare dal ramo di uno dei platani che crescono lungo il viale, proprio mentre ci passavo sotto.
È strano: si sta tanto ad osannare l’usignolo, eppure – parola mia –  anche il merlo emette pregevoli gorgheggi.
Dopo diverse svolte mi immisi in un budello lastricato con cubetti di porfido, verso il centro storico, alla disperata ricerca di una scorciatoia.

Una bambina, una povera zingarella la si sarebbe detta, mi venne incontro.
I capelli, che si intuivano biondi, erano sporchi e scarmigliati sebbene ci fosse stato un maldestro tentativo di imbrigliarli in una coda di cavallo. Le guance, rosee, sarebbero state ben più colorite se degnamente lavate.
I vestiti, troppo grandi per il suo corpicino, le erano stati sistemati addosso con una serie di lacci improvvisati, ma l’ampio gonnellone continuava a strisciare a terra e il suo orlo era ormai inzaccherato di fango.
Frugai nelle tasche cercando qualche spicciolo, convinto che mi porgesse la manina. Ma non lo fece.

«Signore» disse invece «mi saprebbe dire che ore sono?»
«Ma certo, piccola, sono le cin…».