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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Aspetto il tram in piedi.

Il professore di Storia e Filosofia che sostituivo era figlio del ’68, o propriamente o spiritualmente: ci teneva che andassi con lui alle manifestazioni per la pace.
Probabilmente era cattolico, aveva quella cosa che noi materialisti postmoderni avevamo perso: la fede. Pensava che una forte adesione alla marcia, dal centro di recupero per tossicodipendenti fino alla base militare dell’aeronautica, avrebbe fatto la differenza nelle decisioni politiche internazionali. L’evento fu un fallimento, erano pochi, nessuno si è accorto di loro.
Il disinteresse dei giovani e della cittadinanza a quella manifestazione la trovò una cosa inspiegabile, un po’ come io trovavo inspiegabile il nesso tra una marcia e la pace.
Tuttavia, mi misi nei suoi panni e capii il suo sconforto quando vide fallire un vecchio strumento di coesione e partecipazione iniziando a credere che ormai neanche la guerra ci faceva più orrore.
La sua generazione si lavava le mani dal sangue camminando insieme per strada e facendosi i pom…complimenti a vicenda.
La mia era così disillusa che si lavava le mani direttamente nel sangue.

Faccio sopra e sotto sulla banchina, come se questo gesto potesse far comparire il mezzo.

Ogni tanto dico a mio padre che la sua generazione è stata l’ultima a poter sperare in un futuro migliore del passato. Lui, puntualmente, mi fa notare che malattie, guerra e catastrofi ambientali sono una costante delle vicende umane.
Forse a noi è toccata, in più, la plastica e la crisi climatica.
Più che altro la sua generazione vedeva il futuro, lo sognava e lo immaginava migliore del presente, noi, invece, stiamo sprofondando nei futuri distopici da film anni ’80.
Abbiamo perso la facoltà di immaginare qualcosa di diverso o migliore.

Penso al pazzo di Nostalghia, “qualcuno deve dire che costruiremo le Piramidi, non importa se le costruiremo davvero”. Qualcuno deve dire che una passeggiata fino ai confini di una base dell’areonautica porterà alla pace, non importa se non succederà.

Faccio un profondo sospiro e decido che il tram sta arrivando.

Stasera tornerò a casa, mi toglierò i vestiti cuciti dai bambini birmani, farò una doccia fredda per risparmiare il gas, la farò in fretta per prepararmi all’emergenza idrica; mangerò del cibo che sa e contiene plastica e vedrò un film su una piattaforma streaming internazionale che non paga le tasse nel mio Paese.

Chissà se c’è Fuga da New York di Carpenter.

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di Apolae

Illustrazione di Davide Dade Bertaccini


Il meta viaggio dei mezzi sguardi all’interno del più grande viaggio sui mezzi ingombri, ebbe inizio perché la signorina occhi-azzurri-sporgenti mi indicò, irritata, con le french fresche d’estetista e il bracciale tintinnante. Con quell’unghia puntuta e policromata intendeva comunicarmi, senza mezzi termini, che dovevo tener su la mascherina anche io, come facevano tutti gli altri: «Faccia la cortesia!».

Quell’occhiuto stizzire incontrò il debole annuire di anziano occhi-castani-gonfi, che pur senza fiatare aveva stampata lampante, nella mezza porzione di faccia, un’ unica frase da aggiungere: «E che siamo noi, scemi?». Il tutto mentre me ne stavo appollaiato sulla sbarra gialla dello spazio per disabili, mentre la mamma occhi-verdi-rotondi bisbigliava con gli sguardi cauti alla bimba occhi-castani-piccini: «Hai visto, amore, che signore cattivo?» e la tirava piano a sé, col braccio intorno alla vita, qualche centimetro più lontana dalla mia malvagità.

Dunque, tirai su la chirurgica logora, tenendo la destra aggrappata al corrimano perché l’autista occhiali-da-sole aveva il piedone pesante e già due volte avevo rischiato di sbattere contro il giovane occhi-rossi-larghi, tuta sportiva e cuffiette, divorato dallo schermo del telefono e pertanto ignaro: altrimenti sai che anatema romanesco ciancicato mi avrebbe lanciato contro, invocando i miei avi.
Senza contare che la tipa occhi-azzurri-sottili era proprio dietro di me e, manco il Baresi di Usa ‘94, mi marcava strettissimo, attaccata quasi alle caviglie: se le fossi andato a urtare anche solo con il malleolo, si sarebbe affannata a darmi del maniaco, invocando sicuramente fallo da rosso.

Quella mattina nel fondo del 36 era tutto uno schiamazzo, con una cricca di pischelli occhi-vispi svaccati nell’ultima fila di posti a scambiarsi battute che capivano solo loro per prendersi in giro – «Leo baitalo prima di failare, nabbo epico!» -, accompagnate da sguaiate urla, schiaffi su colli già viola di succhiotti e il tutto davanti alla signora occhi-neri-stanchi rimasta in piedi, storta e ferma, con le buste dell’alimentari appese alle dita che piano piano assumevano sempre più il colore di quella melanzana che spuntava tra uno yoghurt e un Findus.
Giuro che l’avrei fatta sedere, ma ero in piedi e in bilico a rischio ammonizione.

Di fronte a me occhi-neri-sottili guardava curiosa.
Probabilmente era asiatica e abbassava lo sguardo di tanto in tanto giusto per non dare nell’occhio.
Cosa mai stavano scrutando quei mezzi occhi asiatici?
Rimasi col dubbio se intendesse chiedermi aiuto o sedurmi, anche se in effetti riusciva in ambo le cose all’unisono, dacché mi accorsi di averlo barzotto, sebbene più allarmato che eccitato, più incuriosito dalle sue palpebre lente e dalle sue pupille attente.

Magari avrebbe voluto comunicarmi qualcosa, chiedermi di salvarla da una situazione tragica, come in un film di Park Chan-wook… o forse si stava solo svagando a osservare un volto ignoto. Anzi, la mia porzione di volto ignoto, perché tutte le nostre facce erano a metà. Immagini parziali e sconosciute.

Come le storie che intrecciavamo sulla stessa linea del bus fino alla fermata successiva.

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di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

“Prove di felicità a Roma Est” è il romanzo di esordio di Roan Johnson, edito da Einaudi nel 2010.

Per chi ama il fascino dei motori un po’ vintage. 

Aurelia direzione capitale. Lorenzo Baldacci, ventunenne inconcludente, pigia nella sua borsa da calcio tutto ciò che può e si trasferisce controvoglia a Roma da un vecchio parente, ex professore di liceo, per recuperare tre anni di scuola in un costoso istituto privato. Trecento chilometri in sella alla sua ammaccata Vespa Primavera del ’79 e un anno pieno di sorprese davanti.

Per chi almeno una volta ha piegato cartoni della pizza. 

Fuori dai cancelli dorati della scuola privata, il mondo odora di periferia e gli strappi, di qualunque sorta essi siano, non si riparano con il filo dorato.  Per arrotondare Lorenzo si ritrova, grazie al compagno Marchino, a fare il fattorino con ragazzi accomunati dalla capacità di finire nei casini e dalla serena accettazione delle sfighe perché di pugni, nella vita, ne hanno presi tantiPorta e piglia e porta: la vita del fattorino delle pizze è come una palla da biliardo che non va mai in buca. Ci sono porte che si chiudono in fretta e altre che trasformano la piccola gioia di una consegna in amori, amicizie e rivelazioni. 

Tutta questione di confidenza.

Una volta presa confidenza con orari, bolle e stradario il gioco è fatto. Complici il fumo coltivato nell’orto del nonno e lo spumante rubato in pizzeria e stanchezza, i ragazzi della pizzeria si ritrovano in fuga per un conto non saldato. Ed è lì, pigiati tutti in una Seicento, che scatta l’alchimia.

Tra Lorenzo e Samia la passione si infuoca sullo sfondo di un doppio tradimento fino a diventare un’ossessione. Ma la giovane marocchina negli anni ha trasformato i divieti del padre in una palestra per sfuggire al controllo dei suoi amanti. 

Il mito di chi cerca fortuna nella grande città. 

Chi lascia i piccoli paesi con l’audacia di affrontare la grande città è, agli occhi di chi rimane, un sistemone al Totocalcio; un eroe dal quale ci si aspettano successo e racconti di mille avventure. Così succede anche a Pomarance, paese di cinquemila anime nella campagna toscana, dove tutti attendono il rientro di Lorenzo.

Per chi vede negli altri gradazioni più intense della stessa difficoltà.

Tra una consegna e una ripetizione, l’esame di maturità diventa un problema piccolo in mezzo a questioni più grandi.

Prove di felicità a Roma Est non racconta solo di adolescenti e stranieri, ma di un mondo di adulti che combatte con le difficoltà della vita e che, nella complessità della grande città, cerca di trovare delle soluzioni. Così lo zio Tarek uscito dal caporalato delle coltivazioni che lavora in un’officina fuori dal raccordo; Marisa, la professoressa precaria di chimica e biologia che al liceo privato riceve meno della metà dello stipendio contrattuale e fa la notte in una guardiola; Ileana, la badante ucraina che si prende cura dell’anziano professore. Ma anche i rom che prima tolgono e poi danno protezione, il preside arricchito, gli sfruttatori del mondo del lavoro. 

Per chi apprezza le narrazioni senza giudizio

In Prove di felicità a Roma Est ci sono figure piene di vitalità che si muovono nella penombra e raccontano di come ci si possa riconoscere nei volti stranieri, di quanto sia contagiosa la gioventù anche sull’orlo di una vecchiaia piena di fobie, di come i destini si rimescolino all’inizio di una nuova stagione.

Roan Johnson parla di ribellioni tentate, mancate e riuscite, di disparità e bilance tarate male. Non giudica, mostra. La sua è una narrazione veloce, ritmata da un linguaggio colloquiale ben condito, con il giusto equilibrio tra malinconia e ironia.

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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

Oggi non ho fretta che arrivi il tram, posso aspettare.

È di nuovo sabato.
Ai tempi della scuola il mio amico si lamentava sempre dei sabati.
Sognava una lunga giocata al PC, ma la condizione dell’adolescenza imponeva l’obbligo sociale di uscire.

Interagire con gli altri, stringere amicizie, legami duraturi, ma soprattutto utili.
Sapevamo che non avremmo scopato e neanche pomiciato, che era quello a cui, realisticamente, puntavamo, ma dovevamo provarci comunque.

Il tram non arriva, ma è ancora presto.

Una volta la mia compagna mi chiese perché stessimo andando al laboratorio politico per vedere una qualche finale di calcio. Nessuno di noi due ama, o sopporta, quello sport, ma dovevamo andare.
Le dissi: «La vita è fatta di cose che non ci va di fare, per motivi che non capiamo, insieme a persone che neanche ci interessano».

Uscire di casa, trascinarsi per le strade; le orde di non morti che vagano da una cicchetteria all’altra. Randagi in cerca di un senso, di uno scopo, di un significato.

Il nulla cavalca le nostre esistenze, genera un vuoto dentro noi.
Ci riempiamo di alienazione, frustrazione e orrore. Il sabato sera siamo davanti all’abisso e ci versiamo sopra alcool, schifo e movimenti sconnessi. Il chiacchiericcio, come frinire di cicale, mette a tacere quel devastante silenzio che penetra le nostre esistenze.

Ecco cos’è il sabato sera: un tentativo di tregua dal dolore, una farsa sociale spazzata via dalla domenica pomeriggio quando, la realtà, ci sorprende, comatosi, sul divano.

Temo che oggi il tram arriverà in tempo.

La vita degli animali sociali è dominata da rituali nello sforzo di creare significati e legami.
La finale da vedersi con gli amici del bar, le bevute del sabato sera, il pranzo domenicale a casa dei suoi… l’ordine che costruiamo per arginare il caos.

Non c’è alcun motivo per cui ogni domenica siamo a pranzo dai suoi, solo un senso di dovere che pervade tanto noi quanto loro.

Cancellare qualsiasi criticità dalla vita, eseguire azioni obbligate e socialmente accettate come il battesimo o il matrimonio davanti alla divinità senza chiedersi se esista, cosa sia e che significhi quell’azione.
Una vita di seconda mano, sgualcita da tradizioni inventate per evadere domande senza risposta del tipo: perché lo faccio?

Come direbbe Hank, “Alla fine, qui, non resta niente alla morte da portare via”.

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di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

“L’ora senz’ombra”, ultimo romanzo di Osvaldo Soriano edito nel 2022 da SUR edizioni, è un vero e proprio roadbook d’autore, in cui sono sapientemente mescolati humor, tenerezza e una vena di sana nostalgia.

Per chi ha mosconi nella testa che confondono i pensieri.

Uno scrittore si mette in viaggio per redigere la Guida delle passioni argentine ma i suoi programmi vengono stravolti dall’improvvisa malattia del padre e dalla sua fuga dall’ospedale. L’improvvisa assenza e l’imminente morte del genitore creano il pretesto per una ricerca molto più profonda. Si tratta di rimettere nella pellicola i fotogrammi censurati, di trovare un senso al rompicapo della propria vita.

Per chi ama il fascino degli anni ’40.

L’Argentina degli anni Quaranta, il peronismo e la Revolutión Libertora come sfondo del passato. Sono atmosfere d’altri tempi quelle evocate in questo romanzo: casinò, hotel di lusso, promesse del basket, rappresentanti cinematografici e modelle che posano sulla spiaggia di Mar del Plata. Le carte vengono svelate fin da subito ma acquisiscono definitezza lungo tutto il racconto, nel malinconico intrico delle relazioni amorose.

Un universo tra l’immaginifico e il reale.

Agopuntori cinesi, pastori fuggitivi, sconosciuti in terapia intensiva, attori che incarnano i propri personaggi fuori dal palco, pazzi che vivono in un tombino misurando il tempo con le sirene delle navi, ombre che lasciano immaginare il passato. I personaggi di questo romanzo sembrano fuggire, spesso rincorrono chimere e proprio per questo rimangono impressi quasi come flash di un sogno. Una costruzione poetica che lascia il lettore nella vertigine tra la commedia e il dramma.

Dare un senso alla propria storia riavvolgendo una pellicola.

Quelli che il protagonista ha a disposizione sono solo frammenti di ricordi recuperati da qualche parente e dettagli, appunti scritti col pennarello sul tettuccio della sua Ford Torino, vecchie foto salvate su un portatile andato a fuoco. Il resto è un vuoto al quale tentare di dare forma. Ritrovare il padre e ricostruire le scelte di una madre assente significa intraprendere un percorso doloroso di consapevolezza e perdono.  Quella di Soriano non è una narrazione adrenalinica, piuttosto segue il ritmo della costante e lenta ricerca di qualcosa. Una scrittura fluida, ricca di citazioni che propone attraverso personaggi paradossali il forte tema dell’identità.

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di Savina Tamborini

Illustrazione di Liliana Brucato

Aarne scoperchia le patate a bollire. Il vapore gli annebbia le lenti.
Infilza la forchetta in una patata. Il contorno delle unghie è terroso. Difficile che a Merja possano piacere. Sospira. Le patate non sono pronte. Richiude e va in sala.

Con un tonfo sprofonda nella poltrona mezza sfondata. Con una gamba trascina lo sgabello, sfila le pantofole bucate e ci mette sopra i piedi. Accende la lampada, cambia gli occhiali e apre il giornale.
John Kennedy assassinato: presidente Lyndon Johnson.

Mirre gli salta sopra. Si srotola a pancia all’aria, con le zampette gli afferra i polsi, gli mordicchia le dita. Aarne la accarezza: «Che monella che sei, io stavo leggendo, eh!».

Il coperchio sbatacchia sulla pentola, Aarne solleva Mirre sul giornale come un tappeto magico e la sposta sul pavimento.
L’acqua bolle e fuoriesce, la fiamma si spegne. Le patate sono tutte rotte. Aarne scola l’acqua rimasta, mette i pezzi triti nel piatto. Dal frigo prende la senape e dallo scaffale un barattolo di carne. Dell’olio cola; si asciuga le mani grosse e nodose.
Come potrebbe dare amore con quelle vanghe che si ritrova?
Si strofina le unghie, ma il marrone della terra non va via.

Mirre lancia un miagolio acuto. Si alza sulle zampette, gli si appoggia sullo stinco e le piccole unghiette appuntite lo pizzicano. Aarne le allunga un pezzetto di carne: «Affamata che sei sempre!».
Si versa un bicchiere di vino e si rimette in poltrona. Accende la tele e in un filmato di repertorio JFK parla dal pulpito.

“Today the expenditure of billions of dollars every year on weapons acquired for the purpose of making sure we never need to use them is essential to keeping the peace. But surely the acquisition of such idle stockpiles—which can only destroy and never create—is not the only, much less the most efficient, means of assuring peace.

I speak of peace, therefore, as the necessary rational end of rational men. […] Some say that it is useless to speak of world peace […] and that it will be useless until the leaders of the Soviet Union adopt a more enlightened attitude. I hope they do. I believe we can help them do it. But I also believe that we must re-examine our own attitude—as individuals and as a Nation—for our attitude is as essential as theirs. And every graduate of this school, every thoughtful citizen who despairs of war and wishes to bring peace, should begin by looking inward—by examining his own attitude toward the possibilities of peace, toward the Soviet Union, toward the course of the cold war and toward freedom and peace here at home. […]”

Mirre gli risalta sopra quasi nel piatto, gli fa le fusa e gli sbatte la coda sul mento: «Mirre, buona, fammi sentire».

[…] The United States, as the world knows, will never start a war. We do not want a war. We do not now expect a war. […] We shall be prepared if others wish it. We shall be alert to try to stop it. But we shall also do our part to build a world of peace where the weak are safe and the strong are just. We are not helpless before that task or hopeless of its success. Confident and unafraid, we labor on—not toward a strategy of annihilation but toward a strategy of peace.”

Il sole entra forte dalla finestra.
Il gallo canta, Mirre alza il musino. Aarne si gira dall’altra parte del letto, si tira su il lenzuolo e nasconde la testa. Il gallo canta un’altra volta, peggio di una sveglia. Aarne si tira su e a passi pesanti va in bagno. L’acqua della doccia è calda che quasi scotta. Appoggiato alle piastrelle, l’acqua gli scroscia addosso sulle spalle e Aarne si lascia immergere nel vapore.

Tra le sue manone tiene la tazza e dal caffè esce il fumo.
Ci soffia sopra e sorseggia. Gira la testa alla finestra. Per fortuna con la scavatrice ha finito, invece il campo di grano, abbagliato dal sole è un’immensa tortura. La mietitrebbia è pronta che lo aspetta fuori. Rossa come una Ferrari 250 GTO; se ne avesse una, con Merja sarebbe tutta un’altra storia! Tre colpi leggeri bussano alla porta. Mirre lo guarda, Aarne aggrotta la fronte: «Chi sarà a quest’ora?».

Merja ha in mano un vassoio coperto da un canavaccio. Il profumo del dolce gli arriva sotto il naso e fa aprire ad Aarne la bocca in un sorriso; i suoi denti storti sono in bella mostra. Richiude subito le labbra, ci mette una mano sopra. Perkele le unghie!
Ritira di scatto la mano e se la mette in tasca. Lei sorride e il neo peloso che ad Aarne è sempre piaciuto si infossa nella ruga sulla guancia: «Ho appena fatto la Mustikkapiirakka». Toglie il canavaccio.
«I mirtilli li ho raccolti ieri». Gli avvicina il vassoio: «È per te, Aarne».

Lui prende la torta, con le mani nascoste sotto il vassoio. «Kiitos Merja, è molto bella».
Lei ride: «E anche molto buona».
«Eh sì, ci credo». Aarne si gratta la pelata: «E… Merja, che ne diresti di mangiarcela quando ho finito al campo?». Abbassa la testa.

Mirre gli gira intorno alle pantofole. Perkele i buchi!
Non può far niente. Merja gli appoggia la mano sul gomito: «Mi farebbe molto piacere, Aarne. A più tardi allora».

Aarne sale sulla mietitrebbia.
All’orizzonte si alza un polverone, un rombo di motori interrompe il silenzio e delle auto nere avanzano molto veloci. Si fermano sgasando. Escono uomini vestiti in completi neri, dalle auto prendono delle grosse borse. L’uomo con i baffetti lo saluta in finlandese con forte accento americano e lo invita a scendere: «Non c’è tempo da perdere. Arrivo subito al sodo. L’FBI sospetta che dietro l’attentato di Kennedy ci sia la Russia perché i russi non rispondono alla linea rossa. Il governo americano si sta preparando al peggio. I russi potrebbero attaccare, ma noi siamo qui per fermarli».

Aarne allarga il braccio e mostra i campi: «E come? Qui non vedo russi».

Si fa avanti l’uomo con la faccia butterata: «Il cavo della linea rossa passa proprio sotto il suo campo, crediamo che lei lo abbia rotto quando ha vangato la terra. Lei è la nostra unica speranza».

Aarne alza la testa al cielo. Speranza. Merja.

L’uomo coi baffetti mostra un cartello d’acciaio: «Troveremo il cavo, lo ripareremo e con un picchetto ci metteremo questo, per le prossime volte, così non lo rompe più».
Si gira verso gli altri: «Coraggio ragazzi».
Guarda Aarne: «Ci auguri buona fortuna».
Fortuna, la Mustikkapiirakka, Merja.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Aspetto il tram.
C’è vento.

Una volta, a Foggia, vidi una donna ben vestita che camminava sul marciapiede verso casa. C’era vento.
I cassoni dei rifiuti stracolmi d’immondizia e sacchi, buste, carte e cartoni sparsi intorno.
Volava terra e schifo.
L’asfalto era crepato in più punti. Uno scenario da terzo mondo, quello che si vede nei programmi spilla-soldi delle onlus.

La mia città, un mondo sporco, brutto e devastato da una guerra mai combattuta o mai superata.
La donna, raffinata ed elegante che andava verso il portone di casa, in aperta contraddizione con il resto del posto. Un abito e un portamento tipici del centro di Milano, ma eravamo a Foggia.

Niente tram.

Una volta ero al ghetto di Rignano insieme ad un amico impegnato nella lotta al caporalato.
Eravamo lì con Yvan S. e due emiliani dirigenti di un’azienda agroalimentare interessata alla filiera etica dei prodotti. Il ghetto è una baraccopoli enorme: le case sono un misto di lamiere, plastica e altri ritrovati da discarica.
Però c’era un buon odore di cibo.

Aveva piovuto: fango e grigiore rendevano tutto più suggestivo.

Stavamo attraversando quella che nei fatti era una discarica abitata, quando il borgomastro del ghetto si accorse che stonavamo con il contesto: «Non è uno zoo, questo», diceva, «Yvan, cazzo! Non puoi portare gente a fare il giro turistico qui».

La lite aprì questioni tra di loro: da quando erano vicini di casa in quella discarica a quando i giornalisti vennero a fare servizi di nascosto da usare per fini propagandistici.

I toni erano accesi.

Noi “terroni” eravamo tranquilli, avevamo letto perfettamente il tipo di lite, più scenica che pericolosa.
Del resto litigavano in italiano, anziché in francese, per renderci partecipi.

I due imprenditori emiliani, invece, cercavano di sedare la lite. Erano spaventati.

Un uomo portò un coniglio bianco selvatico tenendolo per le orecchie.
La bianchezza dell’animale, il nero dell’uomo. Pensavo stesse per ucciderlo e cucinarlo.
Ero curioso e interessato.

Lo mise semplicemente in una gabbia sotto un bancone.
La lite finì e ce ne tornammo alle macchine. Del coniglio non seppi più nulla.

Il tram non arriva più.

Metto le cuffie e faccio partire Titanic di de Gregori: “la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento, puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto”.
Ah, siamo un grande Paese e, del resto, ci si abitua a tutto.
Come un coniglio in una cuccetta ti dimentichi persino che stai affondando.

“Ma chi lo ha detto che in terza classe si viaggia male?”

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di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Metà reportage di viaggio e metà mappa dell’anima del suo autore, Balkan Circus, edito da Ediciclo Editore nel 2013, è un’esperienza che racconta i Balcani come un cuore dell’Europa ancora tutto da scoprire.

Per chi ama le mappe.

Non è cosa per tutti ma la fatica sarà ricompensata.
Sono posti insoliti quelli visitati dall’autore, inutile nascondere che serve una bella mappa sulla quale resettare la bussola. Anche un buon dizionario etimologico sarebbe di aiuto, ma questa è una finezza da linguisti.
Fiumi, vallate e montagne, bettole e biblioteche antiche: una lettura che solletica la fantasia e anche la voglia di viaggio.

Per chi non teme andare oltre il confine.

Questa serie di racconti è, come racconta il titolo, un circo balcanico.
Sono incontri, voluti o inaspettati, che portano nella vita dello scrittore un continuo arricchimento.
Al di là di confini e guerre, di fazioni, vinti o vincitori, il messaggio umano di queste storie è forte ed estremamente attuale per la crudele e sempiterna attualità delle guerre e delle dinamiche di confine.

Per chi ama percorrere strade secondarie battute dai venti.

Massacri e fosse comuni, eccidi che dividono come lembi di una ferita insanabile, terremoti che uniscono. I racconti di Balkan Circus rappresentano un reportage di viaggio narrativo ricco di lirismo e di descrizioni generose di profonda conoscenza sia della lingua sia della storia. Fitti di note emotive e sensoriali, ci portano ad esplorare luoghi sperduti, spesso oltre il confine dell’immaginario. Le suggestioni degli elementi balcanici mescolano eroicità, furore, attaccamento alla terra, nostalgia, necessità di abbracci e presentano anche conti salati.
Una camera oscura dell’Europa dove luce e buio creano alchimie.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Alla fermata del tram due giovani amanti si baciano.

Da piccolo pensavo che l’amore dovesse essere qualcosa di puro, assoluto, incondizionato: ma quel tipo di amore solo un Dio può darlo.

L’amore, ripulito da fantasie e chimere, non è altro che il difficile e improbabile equilibrio tra natura e cultura. Non una forza eterea, ma viscerale, basata su degli interessi specifici e materiali.
È meno romantico, ma più concreto.

Certo, un equilibrio di contingenze, resta un fenomeno raro come la vita nell’universo.
Nella maggior parte dei casi le coppie sono in bilico tra la rappresentazione sociale e la paura di restare soli. Né amore né odio, ma condiscendenza e rassegnazione, una vita di quieta disperazione, direbbe qualcuno.

Si indossano le relazioni così come è socialmente accettabile ed ecco che convivere diventa un’abitudine: l’abito sporco di un’esistenza grigia.

Arriva il tram del ragazzo. Si salutano.
A scommettere su di loro direi: una settimana di sesso, poi il silenzio imbarazzante e infine il disprezzo. Ma ora sono la coppia più bella e innamorata del mondo contro degli ipotetici altri, gelosi e invidiosi.
Se fossero più onesti tra loro e chiudessero il mondo fuori si godrebbero una settimana di puro piacere per salutarsi con stima.

Dal canto mio ho messo un guardiano ad ogni istinto, ho dissezionato ogni infatuazione e capitanato i miei desideri come Ed Smith col Titanic: ho trasformato il viaggio della vita in una corsa a qualcosa che non c’è, circondandomi di ghiacci invisibili. Se avessi diviso il piacere dall’amore magari avrei scopato di più e migliorato una mezza giornata a me e ad un’altra persona.

Smetto di guadare la ragazza per paura si scambi il mio riflettere sulle ingenuità della giovane con il desiderio di predazione.

Il sesso è centrale nella nostra società, patriarcale ed eteronormata e non riguarda il piacere: quello sì che sarebbe puro.
No, il sesso riguarda il potere: quanto scopi e con chi lo fai.
L’espressione di un rapporto di forza tra un soggetto attivo, il maschio ed uno passivo, la femmina.
Non importa neanche che tu lo faccia il sesso, quel che conta è come gli altri interpretano la tua vita sessuale.

Al netto delle pulsioni, non sto costantemente a pensare al sesso e mi scoccia parecchio muovermi in un mondo che mi manda in palestra e a ballare, mi fa studiare l’oroscopo e la cultura pop, mi fa tatuare e bere il sabato sera, solo per aumentare la mia scopabilità, le mie chance di fare sesso.
Un’intera vita piegata alle esigenze della selezione sessuale perché, in fondo, è l’unico metro di giudizio che abbiamo.

Se il tram arriva in tempo prendo la pizza per stasera e con la mia compagna ci vediamo un film brutto. Se dopo scoperemo non è importante.
Ci diamo abbastanza piacere già a condividere le cose.

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Pulmino Giallo View More

di Luca Turci

Illustrazione di Liliana Brucato

Quando i suoi amici tornavano a casa, Carlo rimaneva solo nel pulmino giallo ad aspettare la sera.

In cuor suo sapeva benissimo che se non ci fosse stato quel pulmino giallo senza ruote parcheggiato nel retro del cortile di casa, non avrebbero mai rischiato di andare a trovarlo.
Carlo aveva sentito spesso gli adulti parlare male della sua famiglia e i genitori dei suoi amici non erano da meno, alcuni non si curavano nemmeno di abbassare la voce in sua presenza.
Era come invisibile per loro, anzi peggio, era un essere inanimato, senza emozioni, di cui non darsi tanta pena.

Carlo non sapeva molto dei suoi genitori, a lui non parlavano.
Nemmeno se rivolgeva loro delle domande.
Per esempio non aveva la benché minima idea del perché avessero quel rottame dietro casa, ma in fondo l’importante era che ci fosse, almeno questo andava bene così.

La TV a casa di Carlo era un altro rottame, funzionava sì, ma non bene.
Metà schermo diventava spesso verde e se ogni tanto gli davi delle botte di lato tornava normale.
Altre volte le immagini si rovesciavano e in quel caso l’unico modo per continuare a vederla era tenerla spenta per un po’. Queste erano tutte cose che aveva visto fare a suo padre, tra una bestemmia e l’altra. In fondo, anche lui, qualcosa glielo aveva insegnato.

Un giorno, Antonio, quello che riteneva il suo migliore amico, all’uscita dalla scuola lo aveva invitato a pranzo a casa sua per vedere insieme i cartoni animati. Finalmente Carlo avrebbe potuto guardare Kenshiro e I Cavalieri dello Zodiaco senza doversi mettere a ricostruire i fatti accaduti nei momenti di buco video.
Era felice, non vedeva l’ora.
In quella casa però, quel pomeriggio Carlo ci era entrato e uscito nel giro di pochi secondi.

La madre di Antonio aveva davvero un bel sorriso, ma dopo averlo visto in compagnia del figlio, quel bel sorriso le era come morto sul volto, un giglio bruciato dal napalm.
Aveva posato la mano sulla schiena di Carlo e, senza dire niente, lo aveva spinto fuori e aveva chiuso la porta alle sue spalle.
Con Antonio poi, non ne avevano mai parlato.

Dopo quell’episodio però, ogni tanto, Carlo nel suo pulmino giallo pensava alla mano di quella donna che gli si posava sulla schiena e lo spingeva fuori di casa e l’assurdo è che gli veniva da sorridere, perché nel frattempo pensava anche: ah ecco.
Ah ecco, questo è il tocco di una madre.

La madre di Carlo se ne era andata di casa ormai da anni e lui ne ricordava solo le grida che di tanto in tanto risuonavano ancora nelle sue orecchie. Nonostante tutto immaginava spesso che un giorno entrasse nel pulmino, si guardasse intorno e poi, nello scorgerlo, sorridesse come la mamma di Antonio: ah ecco dove sei.
Ti ho trovato figlio mio.

Dopo che se ne era andata, suo padre aveva passato giorni interi a bere (e bestemmiare) seduto sulla poltrona in salotto. Poi una sera aveva avuto un’idea geniale ed era uscito di casa, si era piazzato sul bancone di un bar e quella era diventata un’abitudine fissa. Se gestori o camerieri non lo avessero cacciato a turno, sarebbe rimasto là anche di notte e la mattina dopo, come la spillatrice, come i boccali, come le sedie o i tavoli, come parte dell’arredamento di quel locale.
Sicuramente, almeno chi ci lavorava, si era abituato a vederlo là e lo considerava ormai tale: veniva messo fuori addirittura dopo la spazzatura.
Ah, già, l’ubriacone. Forse, suo padre, sentiva solo di appartenere finalmente a qualcosa.

O per lo meno questo è quello che pensa Carlo.
Sono anni che non varca il cancelletto pieno di ruggine di quella casa e non mette piede in quel cortile: è rimasto tutto uguale, a parte l’erba alta e i segni di usura, come la vernice gonfia ed esplosa sulle pareti, o qualche tegola spaccata in terra; forse c’è meno tristezza, o un tipo di tristezza diversa, che aleggia nell’aria come un filtro fotografico anni ottanta di Instagram.

Malinconia, sì, ecco la parola giusta. Malinconia.
Perché nonostante tutto, a Carlo, ora, quei tempi mancano e si rende conto che, anche dopo tutti questi anni passati, è ancora quel ragazzino solo che attende la sera dentro un pulmino giallo.
Che attende la notte, i sogni, che tutto passi e si torni a scuola.

Dentro la scuola, dentro il pulmino, dentro il grembo di sua madre.

Tutte le persone, sentendo la sua storia, concludono quasi sempre con: è incredibile come nonostante tutto tu sia venuto su così bene.

Così bene.
Nel sedile in fondo, Carlo guarda dritto a sé e strofina la nuca sul vetro: i suoi capelli raccolgono polvere e sporcizia, ma a lui non interessa. A lui interessa solo tornare indietro, ripercorrere con la memoria il tempo a ritroso, ritrovare i volti dei suoi amici e cercare di capire. Capire se senza quel pulmino giallo che diventava base, nave spaziale, galeone o rimaneva anche un semplice autobus, lo avrebbero accolto O accettato.
Come amico, come essere umano, come loro simile: cosa che i loro genitori non ritenevano evidentemente lui fosse, pensiero con il quale ha dovuto scontrarsi tutta la vita, ogni volta che conosceva persone nuove, fino a riuscire a domarlo.
Ad abituarsene.

Così bene.
L’unica colpa di Carlo era stata quella di essere nato figlio di quei due, due persone sole e tristi, due persone che molto probabilmente avevano avuto bisogno di aiuto e non ne avevano mai trovato.
Due persone che vorrebbe odiare, ma così simili a lui, troppo simili a lui.
Lui che ora non riesce a legare la sua vita con nessun’altra e li comprende sempre di più: le uniche persone simili a lui sulla faccia della terra. Due persone che ormai non ci sono più e gli hanno lasciato quest’eredità così pesante sulle spalle.
E un pulmino giallo.

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di Rachele Fattore
Illustrazione di Anastasia Coppola


Edito da Iperborea, “La saggezza del mare” è quasi un diario di bordo interiore tenuto dallo scrittore svedese in un periodo passato a navigare senza soste.


Per chi soffre il mal di mare

Pare che i portolani siano carte per sognatori.
Per chi soffrisse il mal di mare, seguire le tappe del Rustica potrebbe essere un buon modo per levare gli ormeggi. Basta scegliere un porto impostare una velocità di navigazione a nove nodi e abbandonarsi alle pagine.

Per chi non teme le tempeste ma sa fare i conti con la propria esperienza.

Motivazione della sentenza: Il Signor Larsson non vuole che altri decidano cosa deve fare.

Così, all’età di diciott’anni, si manifesta in maniera plateale il rifiuto per gli obblighi e le convenzioni che porterà l’autore lontano dagli schemi di una vita tradizionale. Un biglietto di sola andata per Parigi, un treno e una vendemmia per pagarsi una chambre de bonne. Inizia la ricerca di libertà, il vagabondare per il mondo “senza fissa dimora”, l’affidarsi agli elementi come termometro del proprio benessere. Larsson racconta in prima persona traversate ed ormeggi nel mare del Nord. Sono le riflessioni e le tappe del viaggio interiore ad ammaliare come sirene.

Tra mare, terra, whisky e caffè

Questo romanzo non è solo mare, è anche terra ben salda.

Terra, mare e quella necessità di partire. Ma anche di avere un porto e un altro ancora unite alla malinconia degli incontri fugaci e all’inquietudine sottile e costante propria dell’essere umano. Un romanzo fatto di incontri e di osservazioni: pescatori bloccati in porto da onde troppo alte, giovani fuggiti alla prigionia delle petroliere che si improvvisano navigatori e suonano la chitarra per le strade di Lisbona e colleghi di navigazione. 

Si entra nei pensieri del narratore come se si fosse seduti con lui in pozzetto a discorrere tra una tazza di caffè e un bicchiere di whisky, carezzando la brezza leggera e discontinua.

Quando non c’è nessuno che ti aspetta dall’altra parte dell’orizzonte e i piani possono essere cambiati in ragione delle condizioni del mare e dei propri desideri, allora anche una notte in più in un porto rimane la libertà di poter partire quando si decide di farlo.

Fortuna, insperate opportunità e provvidenza: servono tutti questi ingredienti per riuscire a tornare in porto quando l’esperienza non basta, ricordando che in mare si possono dimenticare le proprie ansie e quelle del mondo, ma che questo non aiuta a risolverle.

Nessun romanticismo: il mare non perdona

Nelle notti in cui la stanchezza si fa sfiancante si deve combattere con la propria coscienza per uscirne vivi. Navigare non è cosa per tutti: ci sono acque piene di correnti dove bussola e solcometro non servono; c’è quello che le carte nautiche non segnano come navi container e piattaforme di trivellazione che si materializzano in visioni notturne prive di profondità; traversate più dense di masochismo che di piacere. E quel pericolo che paradossalmente aumenta con la vicinanza della terraferma. Bisogna dunque affrontare il viaggio con profonda umiltà, conoscendo e accettando i propri limiti e godendo di quello che, scampata la morte, si impara di sé stessi.

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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

Alla fermata del tram, un gruppo di adolescenti e testimoni di Cristo.

Gli adolescenti sembrano individui senz’anima, ingoiati dallo sforzo disumano di crearsi una propria identità all’interno di un mondo ostile. Iniziano il loro personale “viaggio dell’eroe” alla ricerca di sé: coraggiosi o vili, buoni o cattivi, intelligenti o stupidi? Come si riveleranno alla fine?
Per ora sono solo un insieme indistinto di modi di dire e di fare, di atteggiamenti.
Proteggono una personalità incerta con l’adesione ad un gruppo.

Il problema è che, l’adesione ad un “noi”, per superare l’impotenza di un “io”, è caratteristica anche di questi adulti predicatori del Signore.

Metto le cuffie, per rendere esplicito il mio non voler interagire.

Ah, i gruppi, rifugio delle identità fragili.
“Non sai come vivere la tua vita? Unisciti a noi!” “Ti piace usare la Forza per scopi personali ma non ti senti accettato dai Jedi? Diventa Sith!”.
I “noi qualcosa” dominano le nostre vite, da WA a Telegram esiste un gruppo per chiunque e per qualsiasi cosa. “Noi LGBTQIPlus”, “Noi vegan”, “Noi italiani”, “Noi della domenica in bici”…
Noi chi?!

Quando la discussione prevede un “noi” contro “voi” è guerra.
L’empatia rallenta il desiderio di fare del male al prossimo, ma se il prossimo è un gruppo beh allora non sto attaccando una persona, ma un concetto.

Arrivano altri personaggi cantando inni di calcio.

Ultras, diversi per età, professione, ceto sociale e culturale, ma uniti nell’adesione incondizionata e irrazionale ad una squadra di proprietà privata in cui giocano uomini, di diversi Paesi, per meri motivi economici. Non ho mai capito questa fedeltà e fede cieca in qualcosa di assolutamente astratto, che siano i romanisti, i cattolici o i fan di Star Wars. Per non parlare di quelli la cui vita è così vuota che solo la fedeltà ad un brand riesce a giustificarla: uso solo WA, ma che faccio, non mi compro l’intero set Apple? Altrimenti come dimostrerei la mia fedeltà?!

Perché il problema dei gruppi è che devi sempre dimostrare di esser degno di appartenervi.
Si pensi al maschio cis etero bianco: passa una ragazza e parte lo schema comportamentale atto a dimostrare che appartiene ad una casta privilegiata, riverita e forte.
Le regole del gruppo sono chiare: manifesta sempre la tua eterosessualità e mascolinità; considera le femmine oggetti; la femmina è debole, zoccola o madre amorevole. Non importa la reazione di lei alla molestia, quello che conta è l’aver dimostrato a se stessi, e al gruppo, di essere un vero maschio.

Mi alzo dalla panchina in un moto di ingiustificato ottimismo.

Per quanto dimostri fedeltà al gruppo ti verrà sempre richiesta una nuova prova perché chiunque è pronto ad accusarti di eresia o apatia.
Il “gruppo” non è reale.
Il gruppo è un’invenzione delle personalità fragili e ognuno ci riversa dentro quello di cui ha bisogno, ogni individuo è fragile in modo diverso.
Se due individualità emergono con una propria personalità, allora ci sono solo due possibilità: o sei Stalin o sei quello con la picconata in testa.
Se sei il primo, però, diventi il gruppo e passi dall’essere una persona all’essere un personaggio, costretto a portare avanti la recita fino alle estreme conseguenze, a volte fin oltre la morte.
“Gesù, salvati dalla croce”, “No raga, ormai la cosa c’è sfuggita di mano, me tocca farme ammzzà, ma ricordate: chi nun me segue è n’infame!”

Mi guardo intorno aspettando che arrivi il tram…o lo zio di Christian de Sica col piccone.


Ti sei perso le altre attese del Tram? Tranquillo, puoi riprendere ad aspettarlo qui
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di Mario Greco

Illustrazione di Dalila Giuliano

Mio padre fa il camionista.
Adesso che è finita la scuola, mi porta sempre con sé nei suoi lunghi viaggi.
Ultimamente, sta trasportando finocchi. Quando lo dico, i miei amici si mettono a ridere: «Lo sappiamo, lo sappiamo benissimo che trasporta finocchi» dicono.
Mi prendono in giro. Mi prendono in giro anche quando dico che da grande vorrei fare l’astronomo.
Tra qualche giorno compirò gli anni: «C’è un regalo che desideri?» ha chiesto mio padre «Vorrei un telescopio» ho risposto io.

Lui mi ha guardato, mi ha dato un buffetto sulla guancia e si è messo a ridere. 
Ridono tutti, anche quando non c’è proprio nessun motivo per farlo.
Mio padre e mia madre si sono separati, già da un anno ormai.
Io vivo con mia madre, ma per tutto questo mese starò con mio padre, a casa dei nonni.

Oggi siamo diretti in un grosso mercato ortofrutticolo di Roma: «Non di Roma centro, naturalmente» precisa mio padre.
«Che peccato!» dico io. Non ho mai visto Roma e con questo Tir non possiamo certo andarci.
Oltre all’astronomia, mi piace la storia.
So a memoria tutti e sette i re di Roma. Mio padre si ricorda soltanto di Nerone, e quando gli faccio notare che Nerone non era un re, ma un imperatore, lui fa: «E qual è la differenza?»

Mi piace viaggiare, sto sempre attento alla strada, al paesaggio.
I campi, i rotoli di fieno, le mucche al pascolo, gli alberi, i paesini appollaiati sulle colline, i ruderi di qualche castello. C’è molto traffico, oggi. Gente che torna a casa per le feste e camionisti, tanti.
L’altra sera mentre sostavamo nel parcheggio di un autogrill parlava di donne con altri camionisti.
Di prostitute.
Il nostro camion è addobbato come un albero di Natale: luci colorate dappertutto.
Sul cruscotto c’è una di quelle calamite con l’immagine di San Cristoforo e la scritta “Ovunque proteggimi”. Mio padre vuole che parli, così non gli viene sonno.
Io oltre a parlargli della storia di Roma, gli parlo dei pianeti e delle stelle.
Quando è buio e siamo fermi in qualche piazzola cerco di fargli vedere il Grande Carro, la Stella Polare, Cassiopea, Arturo…
Gli dico che sicuramente ci sono altri mondi lassù, altre forme di vita.
«Alieni?» chiede lui. «Sì» dico io: «Alieni, extraterrestri, chiamali come vuoi».

Arriviamo vicino Roma, usciamo dall’autostrada e ci fermiamo a mangiare in una piccola trattoria, nei cui pressi c’è un grosso parcheggio per i Tir: «Vuoi una birra?» chiede mio padre.
Sa che non mi piace la birra, che sono ancora troppo piccolo per berla, ma me lo chiede lo stesso.
Dopo mangiato, andiamo a dormire nel camion. Mio padre dice che Roma è a pochi chilometri da dove siamo adesso. Cerco di immaginarla, la “città eterna”, con tutte le sue luci, i monumenti illuminati.

Poi chiudo gli occhi e succede una cosa strana: sento che il camion si muove e comincia piano piano a ruotare su sé stesso, come una trottola, e poi si solleva e inizia a salire su, verso il cielo.

Mio padre non mi sente.ù: «Che sta succedendo?» gli chiedo, ma lui non mi sente.
Lo sterzo si muove da solo, come se a guidare ci fosse un fantasma. 
In un attimo siamo su Roma. Tutta la città sotto di noi. Un mare di luci. Il nostro camion non emette più il classico rombo, ma un sibilo appena percettibile.

Ci abbassiamo e voliamo al di sopra dei tetti, al di sopra del Colosseo, del Fori Imperiali, delle Terme di Caracalla, del Tevere… poi mio padre mi scuote. Dice che è fatto giorno.

«Papà, ho fatto un sogno» gli dico: «Ho sognato…», «Me lo racconti dopo» fa lui.
A lui non piacciono i sogni, si rifiutava sempre di ascoltare quelli che faceva mamma, che per la verità non erano mai dei bei sogni. Entriamo nel bar che sta accanto alla trattoria, e mentre mio padre scherza con la barista, il mio sguardo cade sul titolo di un giornale che sta sfogliando un signore seduto a un tavolino.

C’è scritto: AVVISTATO UN UFO SUL CIELO DI ROMA.
E c’è una foto. Un oggetto volante che somiglia molto al nostro camion.
E io dico: «Papà, papà, guarda, il nostro camion», ma mio padre non si volta, continua a fare lo scemo con la barista, come se io non esistessi, come se stessi ancora lì, nel camion, a dormire.

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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

In attesa del tram mi accorgo di una macchina parcheggiata davanti la rampa per disabili sul marciapiede difronte.

Le persone sono capaci di cose orribili e disgustose anche per i motivi più assurdi, ma c’è solo una tipologia umana che merita la pena di morte: quella degli stronzi.

Ci sono persone che hanno bisogno di rieducazione e riabilitazione, ci sono altre che ci permettono di sondare gli abissi della psiche umana e poi c’è chi posteggia sulle strisce o al posto per disabili o blocca il traffico per parlare con amici. Questa gente non è cattiva, psicotica, in gravi contingenze o priva di mezzi, ma è stronza.
Non puoi rieducare un soggetto che antepone, alle norme della vita civile, la propria pigrizia e arroganza.

Passa il tram per la direzione opposta alla mia mentre una “Karen” si mette nell’auto incriminata.

“Karen”: donna cis, cristiana, bianca, etero, di mezza età e di estrazione medio borghese che considera se stessa il metro di misura della normalità.
Il suo immaginario è fatto di stereotipi di genere, di valori conservatori e di libri per donne represse, disperate e semi-analfabete, come del resto è lei. Cagna da guardia del patriarcato sogna di fare la mantenuta e, finché non si scopre, le vanno bene i “puttan tour” del marito tra trans e mignotte.
Il suo atteggiamento verso i diversi da lei oscilla tra il paternalismo spinto, per i “poveri non civilizzati negri”, e il disprezzo esagerato, per i “puzzolenti zingari ruba-bambini”.

Avvia la machina e se ne va, mentre io aspetto.

Esistono cinquanta sfumature di Karen: dalle catechiste analfabete la cui idea di cattolicesimo è “no froci, no aborto”, alle casalinghe che “devono fare tutto le figlie femmine”, alle divorziate sempre a caccia di un uomo che le mantenga. Le Karen che fanno carriera politica nelle file della destra reazionaria, le Karen pseudoliberali del tipo: “io sono femminista, ma, cara, te la sei cercata”. E non dimentichiamo la gioia dei camerieri «possiamo avere il tavolo fuori? Ah, ma fuori fa freddo e piove, preparaci il tavolo dentro… ah, ma ha smesso di piovere, può apparecchiare fuori per favore?», e ovviamente mai una mancia.

Continuo a guardare la discesa per disabili libera.

Da piccolo chiesi a mio padre perché non sopprimevamo i portatori di handicap, mi facevano tanta tristezza, e lui mi rispose che non stava a me giudicare la vita degli altri decidendo lo standard della felicità altrui. Dopo qualche anno tornai perfezionando la mia domanda: «Papà, perché non abbattiamo tutti quei soggetti che non sono in grado di produrre alcunché?», e lui: «Perché una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura dei soggetti più fragili, non dalla sua produzione». È questa non era solo una massima culturale, ma una legge biologica: la cura del prossimo, in particolare del più fragile, migliora la sopravvivenza della specie e la qualità della vita generale.

Quindi, non posso che convincermene: chi occupa la rampa per disabili, le strisce pedonali o parcheggia come se fosse l’unica persona sulla strada, è nemico della specie più che della civiltà.
Finalmente ho trovato una categoria da eliminare.

Un’altra macchina occupa il posto e il mio tram non arriva.

In un solo colpo, il macchinone, occupa marciapiede, rampa, strisce e strada.
Esce dall’auto un signore over sessanta con un sorriso da marpione e l’aria di chi ostenta l’auto nuova per nascondere la sua insicurezza sessuale.
Va al tabacchino, probabilmente a comprare un pacchetto di sigarette, causa dell’impotenza, e un gratta e vinci: hai visto mai?

Stai ancora aspettando il tram? Allora torna alla fermata precedente!

Lisbon tuk tuk - Ottavia Marchiori View More

di Silvia Roncucci

Illustrazione di Ottavia Marchiori


Le lancette del mio vecchio orologio sobbalzano mentre marcio verso il ristorante dove i Soares aspettano da più di un’ora. Dietro di me c’è Alba, a chiudere la carovana Massimo che zoppica.
Quando ci impantaniamo in un ritardo africano dipende da un motivo e nel nostro caso ha un nome, e di certo anche un cognome che però non ho avuto la prontezza di chiedere.

A ogni proposta di visitare la nostra amata Lisbona, Alba ci guarda come se la invitassimo a scalare l’Himalaya a piedi nudi. Ma quando ha saputo che c’è stata Greta, l’amica “figa”, ha deciso di accontentarci. Peccato che si alzi quando le portiamo il pranzo, esca all’imbrunire per via dell’afa e sbuffi davanti a ogni salita superiore all’un per cento di pendenza.
Per questo ho pensato al Tuk-tuk.

«Non è troppo da turisti?» ha detto Massimo.

Devono essergli venute in mente le nostre camminate giovanili su e giù per la Mouraria: le gambe indolenzite, il fiato mozzato, fare l’amore in barba all’acido lattico.

Ho insistito per la bimba. Ha tredici anni la bimba.
Con la promessa di tornare in tempo per il terzo shampoo della giornata, otteniamo da lei il nulla osta a prenotare un giro con Lisbon tuk-tuk.

L’asfalto di piazza Marquês de Pompal ribolle sotto i sandali, perciò saltiamo volentieri sullo strombazzante Tuk-tuk che arriva avvolto in un polverone grigio.
Al volante c’è un tipetto con il volto invaso da una barba riccia e brizzolata, il cappello sugli occhi, le lenti a specchio.

«We go to elevador da Bica?» chiede. Sorride.
Tra i denti ha qualcosa di giallognolo.

Massimo risponde di sì e si mette in mezzo, perché Alba vuole stare di lato per i selfie, ma il veicolo si abbassa sotto il suo peso: è un po’ ingrassato dai tempi della Mouraria.

«Come si chiama? È di qui?» chiedo.
«Soy Diogo. Of course» risponde.
La mescolanza linguistica però non mi convince.

Diogo ci tiene a mostrare ogni singola pietra del percorso, tanto che impieghiamo quaranta minuti ad arrivare. L’unica a gradire il passo processionale è Alba, forse perché assicura sfondi non troppo mossi.

Finalmente Diogo si ferma e si schiarisce la voce: «Elevador muito antigo and…»
«Grazie, ma non abbiamo tempo. Possiamo continuare?» lo interrompo.
Abbassa le lenti. Ha gli occhi verde oliva, quasi gialli. Come la roba tra i denti.
Fatico a sostenere il suo sguardo. Mi viene il dubbio che provenga da qualche stato del Sudamerica dove le offese si lavano col sangue.

«Como quiser».
Riavvia il Tuk-tuk e dà un’accelerata.

Ora so che, in punto di morte, è proprio vero che tutta la vita ti scorre davanti.
Nel quarto d’ora successivo Diogo affronta curve, salite e discese sollevando almeno una delle ruote posteriori. Rivedo la mia infanzia, il giorno della laurea, Massimo assunto alla ASL, la nascita di Alba quando andavo per i quaranta, la mia cattedra invasa dalle carte. Ogni tanto il film si interrompe ma non c’è la pubblicità, bensì il selciato a onde di Praça Rossio a un centimetro dal mio viso, Massimo con una mano sulla bocca, o Alba che grida che le foto così escono male. In sottofondo colgo descrizioni frammentarie «arco rua Augusta… muito antigo…» finché, a Nossa Senhora do Monte, il veicolo inchioda e per poco non ci sbalza in avanti.

«Photos!» fa Diogo e indica il belvedere.
Sto accarezzando l’idea di scappare, quando Massimo mi tende la mano per scendere.
Subito Alba inizia a dirigerci come una troupe, ma appena Diogo ci richiama con un fischio io e lei saltiamo su prontamente, mentre Massimo è costretto a inseguirci.
Salendo guaisce e si tocca la caviglia.

Diogo guida in maniera impeccabile fino al Museo del fado dove si ferma per offrirci un bicchiere di ginjihna.
Davanti allo sbadiglio spudorato e al gesto di rifiuto di Alba, mugugna qualcosa, ci guarda di traverso e domanda che lavoro facciamo.

«Io sono insegnante e lui pedagogista» dico.
I suoi baffi sono folti, ma capiamo lo stesso che se la ride lì sotto.

Ripartiamo in silenzio.
Dico ad Alba di mettere via lo smartphone, ma è troppo tardi.
Incrocio il mio sguardo allo specchietto e noto le rughe infittite intorno agli occhi: anche io mi sento “muito antiga”.

Quando intravediamo la statua del Marquês de Pombal, Diogo prende a raccontare del terremoto di Lisbona del 1755, dello tsunami e di altre disgrazie correlate. Alba lo segue con uno strano trasporto, facendo qualche domanda e scordandosi delle foto e dello smartphone. Al capolinea gli lasciamo la mancia, certi che altrimenti tirerà fuori l’animo vendicativo da soap opera latina, lui ci saluta togliendosi il cappello e solo allora vedo che è calvo. Mentre ci incamminiamo verso l’albergo mia figlia leva un grido.

«Lo smartphone!» Si siede a terra e svuota la borsa.

Diogo è troppo lontano, ma la forza della disperazione spinge Alba a emettere un fischio sonoro che lo richiama indietro. Ispezioniamo invano il Tuk-tuk e a quel punto non abbiamo scelta: dobbiamo rifare il tragitto. Domanda: quando tempo impiegheremo perlustrando tutti i bordi delle strade di Lisbona, i cestini della spazzatura, gli angoli delle piazze, chiedendo a negozianti, autisti, ambulanti se si sono imbattuti in un iPhone rosa? Risposta: quasi tre ore.

Sono le nove e un quarto quando torniamo al punto di partenza a mani vuote. Diogo è dispiaciuto, Massimo allunga altri centocinquanta euro per quello che si è rivelato il tour di Lisbona più costoso della storia, e Alba si scusa di sua volontà (miracolo).
Non possiamo dirigerci con lenta mestizia al ristorante solo per via del ritardo.

A tavola Massimo mostra la caviglia: stesso diametro di quella di un elefante.
Torno a guardare l’orologio e vedo che le lancette sono ferme: un chiaro segno del destino.
L’assenza dell’iPhone rende più semplice la comunicazione di Alba con i Soares (che hanno affrontato l’attesa con un lungo aperitivo) e il figlio Nuno, un ruvido diciassettenne più interessato al calcio che agli smartphone.

Ordiniamo dolce e Porto quando si presenta un uomo.
Finché Alba non si avventa su di lui non riconosco Diogo, senza occhiali e col testone glabro in bella vista: in mano ha il telefono, trovato in una cavità sotto il sedile. Da come parla con i Soares capisco che è davvero di Lisbona e che ha creato il suo grammelot a forza di scarrozzare gente di tutto il mondo.
Si congeda senza accettare la mancia e Massimo sospira sollevato.
Beviamo in silenzio, Alba controlla i messaggi e Nuno la guarda sprezzante. Continuo a pensare che il colpevole di tutto abbia un nome. Ma non è Diogo.
Per questo strappo lo smartphone dalle mani di Alba.

«Sei sopravvissuta quattro ore, resisti fino a domani!» dice Massimo mentre lei protesta.

I Soares la fissano.
Alba mette il broncio, ma dopo un minuto di silenzio vede passare un vassoio con dei bicchieri di ginjinha e chiede: «Posso?»

Io e Massimo ci guardiamo.
Di certo pensiamo la stessa cosa: in fondo c’è ancora speranza.

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