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di Simonetta Gallucci

Illustrazione di Francesco Dell’Acqua

«Signorina, la fermata non è più qua» mi dice un ragazzo biondo, capelli a spazzola, mentre sto fumando una sigaretta via l’altra sulla banchina.

«Da quando?» chiedo.
«Da stasera».
«Difatti, mi pareva».
Quando sono arrivata, alle sei di stamattina, sono scesa proprio su questo marciapiede dove ora pesto la cicca con la punta delle sneakers.

«Dovete girare l’angolo, è là dietro» continua il ragazzo.
L’uso del “voi” mi commuove. Lo guardo meglio: sulla giacca a vento colore blu autista ha il logo ricamato della compagnia di autobus leader nella tratta degli emigrati come me. Posso fidarmi. 

Il controesodo è già iniziato, siamo agli ultimi giorni di agosto.
Alla luce gialla di un lampione ci siamo soltanto io e una famiglia, padre madre e una bimbetta, a fare da all you can eat per le zanzare.
Recupero dalla borsa delle salviettine repellenti mezze asciutte: me ne passo una sul collo, sulle braccia, sulle caviglie. La madre mi guarda come gli affamati davanti alla vetrina di una pasticceria: «Tenga» le dico «non so quanto siano ancora efficaci, ma ci proviamo».
Lei sorride e fa: «Danke».

L’autobus arriva, consegniamo i bagagli: due valigie alte quasi quanto me per loro, un trolley mezzo vuoto per me. Ho avuto soltanto il tempo di sistemare, in frigo, in freezer e nella dispensa, le scorte di amore edibile per l’inverno: formaggi, carne e pacchi di taralli mezzi polverizzati, ma piuttosto che sprecarli sarei disposta a sniffarmi le briciole.
Non l’ho disfatta stamattina perché ero troppo stanca dal viaggio; avrei voluto farlo più tardi, poi le cose sono andate diversamente e, anziché svuotarla, l’ho chiusa e mi sono rimessa in partenza.

Scelgo il posto finestrino, e vedo le luci di Milano scorrere e sfocarsi man mano che l’autobus prende velocità. Anche i miei pensieri si sfaldano, si fanno liquidi; provo a rincorrerne uno finché riesco ad acchiapparlo: è uno di quei ricordi che, quando tornano, mi fanno spuntare un sorriso di tenerezza.

Abitavo ancora al paese, un posto così immobile che anche una giornata ventosa fa notizia.
Figurarsi un incidente.
Ero a casa della nonna quando qualcuno citofonò con tanta insistenza che lei, alzando lo sguardo da una federa sulla quale stava ricamando le iniziali per il corredo di chissà quale nipote (si portava avanti, anche se il più grande di noi poteva avere sì e no diciott’anni), mi disse: «Questo ha trovato la colla sul campanello. Apri tu, fammi la cortesia».

Era mio zio, col fiatone per la corsa e la rampa ripida di scale che portava su.
«Cos’è tutta ‘sta premura?» gli chiese la nonna.
«Ma’, Michele è andato a sbattere con la macchina».
«Michele chi?» domandai io.
«A chi appartiene?» domandò lei.
«Il figlio di commara Franceschina» rispose a entrambe lo zio.
«Dov’è successo?» chiesi io.
«Quand’è successo?» chiese lei.
«E quante ne volete sapere, tutte e due!» fece lui. «Manco la creanza di darmi un goccio d’acqua, prima».

Scambiai uno sguardo con la nonna e lei assentì con la testa: per educazione, prima di toccare qualsiasi cosa, chiedevo il permesso.
Presi un bicchiere dal pensile e dell’acqua.
«Ti faccio l’orzata» disse a lui, e a me: «Prendi pure i uafer».
Non si capiva la ragione, ma d’estate a casa sua erano immancabili i wafer stantii tenuti in frigo.

Mio zio bevve d’un fiato, prima di continuare il racconto: «L’ho sentito in piazza. Dice che ha preso male la curva degli stramurali e si è cappottato con la macchina».
«E come sta?» chiese la nonna.
«L’hanno portato all’ospedale».

Michele lo conoscevo, suo figlio era un mio compagno di classe.
«Ma è vigile?» domandai allo zio ma, prima che lui potesse rispondere, intervenne mia nonna, con la sicumera dell’anziana saggia che corregge la gioventù: «No! Ha sempre fatto l’ortolano!»

Quell’involontario sketch era passato di bocca in bocca e, a ogni ricorrenza, veniva ripetuto da uno qualsiasi dei commensali: era uno dei copioni condivisi di quella tragicommedia intitolata “memorie famigliari”.

Mi muovo sul sedile.
Provo a chiudere gli occhi, mi forzo per tentare di dormire. Ma nulla; non mi resta altro che giocare con uno degli elastici che porto al polso.
Quand’è successo?, mi chiedo.
Quand’è che sono invecchiati?
Quest’estate, quando sono tornata per i cinque giorni di autonomia che ho prima di mostrare segni di insofferenza, li ho trovati tutti più acciaccati di come ricordavo: mio padre si lamentava per il mal di schiena, mia madre per i denti e la nonna era stranamente inappetente. Non aveva rinunciato però al suo piacere: il vino. Al pranzo di Ferragosto lei era a capotavola, e io al suo fianco; le avevano versato soltanto due dita di rosso allungato con l’acqua: lei mi ha dato di gomito e si è fatta passare la bottiglia, con gli occhi lucenti di furbizia.
Cosa mi sto perdendo?
È una domanda che mi faccio da un po’, ma non l’avevo avvertita mai con l’urgenza di questo viaggio interminabile nella notte, accartocciata sul sedile di un autobus che sta tagliando l’Italia. E che vorrei sorpassasse a sinistra, ma pure a destra, che passasse sopra o sotto, che si mangiasse l’asfalto, i camion, le auto, che bruciasse gli autogrill.

Purché arrivi in tempo.

La prima telefonata l’ho ricevuta intorno a mezzogiorno: era la nonna.
Mi aveva fatto una videochiamata, voleva salutarmi e chiedermi com’era andato il viaggio, ma teneva il cellulare troppo vicino alla faccia, di lei vedevo soltanto la dentiera.
Ho provato a dirle di allontanarlo, ma non capiva, allora mi sono innervosita e l’ho liquidata, dicendole che ci saremmo sentite presto.

La seconda era una chiamata, invece, verso le quattro, da parte di mia madre: «Tutto bene il viaggio?»
«Al solito» le ho detto. È restata in silenzio.
«E voi tutto a posto?». Ancora silenzio.
«Oh, allora?» le ho chiesto.
«Ascolta, la nonna non si è sentita bene».
«Come sta?».
«L’hanno portata all’ospedale.»
E io, ora come allora: «Ma è vigile?»

Ho sentito dall’altra parte un singhiozzo represso: «Fa l’ortolana» e poi, quasi sussurrando: «Torna».

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di Giulia Lievore

Illustrazione di Francesco Dell’Acqua

Entro in metropolitana e il leggero profumo di cotton-candy, che arriva dalla borsa in plastica, scompare. Sono le sei e mezza di sera, tra una settimana è Pasqua e la M1 che passa per il Duomo è da un po’ che non la vedo così piena. Le uova e la cioccolata, fine e marrone, che stanno sopra la mia testa sono sostituite da spalle, braccia e gambe in cerca del loro posto.
Non ci sono facce, a stento ci si guarda negli occhi.

Vedo un palo, mi ci butto, lo stringo forte con la mano destra e subito altre due mani fanno lo stesso. Una sopra e una sotto, devo stare attenta a non sudare o rischio di scivolare e toccare la mano di uno sconosciuto. Al limite della visuale concessami dal cappello in crochet, lo vedo.
È ben più alto di me, il metro e ottanta lo supera di sicuro, da sotto il basco escono dei riccioli biondi e la sua guancia è perfettamente sbarbata. Con la spalla gli tocco l’avambraccio che è morbido e soffice avvolto all’interno di un coprispalla lungo e squadrato color verde menta.
Potremmo essere una bella coppia, penso.

Con quel braccio mi cinge, mi protegge dagli urti degli sconosciuti, mi offre una delle sue cuffiette e ascoltiamo insieme un album tutto fronzoli e musichette di John Mayer fino a scendere alla nostra fermata. Prima di arrivare a casa ci fermiamo a comprare una bottiglia di vino,  l’indiano del mini market ci saluta per nome e ci augura una buona serata. Lui pela le patate e io scaldo l’arrosto, beviamo il vino da calici in vetro e facciamo finta di discutere se passare la Pasqua dai suoi o dai miei, è solo un’altra scusa per fare l’amore, ormai lo facciamo sempre. 

Usa le cuffiette con il cavo, non quelle bluetooth, è un artista e non è mai stato interessato alle implementazioni tecnologiche e alle lunghe file fuori dagli store minimalisti del centro. Da qualche anno nel suo comodino tiene un diario dove la mattina, appena sveglio, appunta i sogni che riesce a ricordare. Una volta trasferiti nel cottage ristrutturato che sua zia bretone gli ha lasciato in eredità, avrebbe letto quel diario al nostro primo figlio.
Nello Yorkshire piove spesso ma non mi importa, mi ha comprato degli stivali in gomma color vermiglio e trovo che la pioggia sia attraente, anche se, ammetto, sono più le volte che la guardo da dietro la finestra. Non lavoro, a quello ci pensa lui, non me l’ha neanche dovuto chiedere, è stato così e basta. Provo a scrivere romanzi che non riesco mai a finire. Bevo in continuazione tazze di tè caldo dolcificato con del miele e scrivo storie d’amore ambientate in Sud America, Italia, Russia, Brasile e Australia ma sono tutte uguali perché parlano di lui.

Qualcuno mi spinge, da dietro, i miei blue jeans sono spessi, devo ancora fare il cambio armadio, ma riesco comunque a sentire una protuberanza che è indubbiamente la zip, con la punta metallica, della patta di un uomo. A fatica, riesco a girare la faccia, alzo un po’ il mento per aumentare la visuale.
È un vecchio, non mi guarda, ignora il risentimento nelle rughe del mio volto; non mi guarda ma il suo pube è appoggiato alla mia chiappa destra. Mi fa ribrezzo, vorrei spingerlo via ma non riesco, con un braccio mi tengo al palo e con l’altro reggo la borsa: l’ennesima candela che mi sono ritrovata a comprare. Per un attimo penso se tirargli uno scrollone con il bacino ma cambio subito idea: il suo sesso sarebbe ancora più attaccato al mio sedere. Riesco a immaginarmi il suo stomaco in subbuglio, sento i suoi pensieri allietarsi grazie al profumo dei capelli che ho lavato prima di uscire. Mi pare quasi di respirare l’odore rancido e acre del suo alito, filo d’aria inquinata che mi sfiora la guancia.
Voglio piangere e alzo gli occhi, grandi e umidi, alla ricerca del mio salvatore, del mio futuro marito. 

Non mi guarda, mi ignora mentre fa zapping tra una storia e l’altra di Instagram, vedo una palestra e delle grosse tette; poi forse un tramonto.

Sarebbe dunque andato a finire così, il nostro matrimonio?

Dopo il primo figlio sono più sola di prima, il cottage è troppo grande da pulire e oltre alla casa e al bambino devo badare ai cani, l’ho pregato di non prenderli ma l’ha fatto comunque. Mai una volta che li porta fuori lui. Gli stivali in gomma hanno smesso di essere allegri nel loro rosso vermiglio ma sono costantemente ricoperti di fango, scuro e grumoso. Dormiamo in stanze separate e ci incrociamo solo la mattina per la colazione, sembra una casualità ma non lo è.
Mi sveglio presto per salutarlo e, anche se continuo a indossare il pigiama, mi sistemo viso e capelli come se dovessi uscire anch’io.
La sera, a cena, non c’è mai.

Siamo vicini solo quando abbiamo ospiti, mi bacia spudoratamente davanti a tutti, mi cinge il bacino da dietro mentre taglio generose e geometriche fettine di filetto alla Wellington, il suo preferito. Una volta salutati gli amici, mi ritrovo nuovamente sola a riempire la lavastoviglie.

Scopiamo una volta al mese, quando invito la mia migliore amica a passare con noi la domenica.
Lei non ha figli, si sporge sul bancone in marmo dove lui sta riempiendo bassi e pesanti bicchieri di Bloody Mary, vi posa i seni e i capezzoli le diventano turgidi e abbaglianti, come due piccoli fanali di macchina.

Quando andrà via faremo l’amore, durerà poco e io lo chiamerò mettendo la Y alla fine del suo nome proprio come fa lei. Mi lascia sul letto, macchiata, e va in doccia. Non ho voglia di lavarmi. Sul comodino ci sono dei kleenex, mi pulisco l’ombelico, piego il fazzoletto e lo metto dentro al cassetto.

The next station is Loreto.

Scendo.

Con il secondo marito, forse, andrà meglio.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Stazione Termini, mezzogiorno in punto.
Il caldo è insostenibile, ma comunque mi trascino all’interno dell’edificio. Dovrei mangiare qualcosa, ma, francamente, non ne ho la minima voglia. Sono ancora frastornato da ieri sera. Vorrei dire che è stata l’anima di Trastevere a stordirmi, ma, oggettivamente, è più probabile si sia trattato delle birre bevute al Callisto.

La testa rimbomba per la sbronza e io mi siedo su una panchina.
Un caffè a portar via nella speranza che mi rimetta al mondo. Do qualche sorsata; comincio a stare meglio: riesco a ragionare.
Il pensiero mi va subito al tabellone delle partenze. Manca ancora un’ora al mio regionale per Jesi. Di lì a casa, poi, ne avrò per altri 20 minuti almeno.

Il mio secondo pensiero è fulminante.
Tasto la tasca anteriore del mio zaino sdrucito e riconosco la sagoma del libro che mi ero portato per “ingannare l’attesa”. L’espressione mi ha sempre infastidito: la trovo irrispettosa. Come se il tempo che ci scava addosso i suoi segni potesse farsi imbrogliare con degli espedienti così ingenui.
Purtroppo, mi ricordo che quel libro l’ho finito durante il viaggio di andata. Niente trucco; niente inganno.

Rifletto sul fatto che non sto leggendo quasi nulla ultimamente. La cosa è abbastanza rara. Sono sempre stato molto disciplinato, e la lettura, anche se da comodino, ha sempre fatto parte di una precisa routine, creata ad hoc per convincermi di dominare il tempo attorno a me.

Ad ogni modo, il libro che mi ha portato a leggere di nuovo dopo tempo è stato La metamorfosi di Franz Kafka. In realtà, la vergogna provata al pensiero di non averlo letto in 23 anni di vita è stata un movente più che sufficiente.

La storia, proverbiale, è semplice e assurda.
Gregor Samsa, un giorno, semplicemente, si sveglia nelle spoglie di uno scarafaggio. Chiuso nella sua camera, a poco a poco, prende coscienza della sua condizione e così fanno i suoi cari. Non c’è accettazione, tuttavia: solo la consapevolezza di un anatema abbattutosi senza motivo su una famiglia borghese qualunque. Gregor muore solo, in mezzo al cibo fetido, l’unico che soddisfi la sua fame di blatta, e circondato dai miasmi emessi dal suo corpo ferito.
La banalità di una tragedia qualsiasi, accaduta ad un uomo qualsiasi, nel modo più assurdo possibile.

Questo libro mi colpisce, o meglio, mi disarma.
Una vita da impiegato, a svolgere il proprio compito, per poi morire intrappolato, inviso a chiunque per una colpa che non si è commessa. La cosa più sorprendente, però, è la lucidità del protagonista. Le nozioni di vita basilari che egli cerca di applicare all’assurdità della sua condizione. Mi torna in mente Don Chisciotte, col suo cuscino usato a mo’ di scudo, sopra una cavallo macilento, eppure convinto di essere un cavaliere. C’è una discrasia dolorosa fra le nostre possibilità e le contingenze in cui ci ritroviamo incastrati, cioè la nostra vita. Kafka lo sa bene, e ce lo sbatte in faccia con tutta l’eleganza di una piroetta prima del fendente decisivo; un inchino dopo lo sparo dritto al cuore. Guardo in basso: sull’orologio sono le 12.42. Il tempo è volato. Forse anch’io, come tutti, sono riuscito a ingannarlo per davvero. Corro al binario trafelato. Salgo nel vagone circondato da uomini in camicia e giacca, a tracolla una ventiquattr’ore. Me li immagino come rumorosi scarafaggi che ticchettano con le zampe sul sedile e si barcamenano per stare in piedi. Davanti il dovere, dietro pure: troppo concentrati su uno scopo per capire che non dipende da loro il fatto di volerlo raggiungere.

In realtà, non credo di essere completamente diverso da loro. Mi sento, però, avanti di una mossa: se dovessi svegliarmi in quelle condizioni, sarei in grado di accorgermene, ma non farei il minimo sforzo per cercare di capire.  

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Domenica pomeriggio, stazione di Bologna centrale.

Sono arrivato con una mezz’ora di anticipo.
Non mi era mai successo.
Trascino la valigia fino alle panchine davanti all’ingresso e mi siedo.
Accendo una sigaretta.

Sono stanco di scrollare, stanco di riempirmi di informazioni sbrigative su argomenti che non mi interessano ma che il mio feed seleziona, senza alcun criterio apparente.
Decido di alzare lo sguardo e concentrarmi su ciò che ho davanti.
Mi disintossico dalle mie brutte abitudini: per farlo non ho niente di meglio da guardare che la facciata della stazione di Bologna, quella che immette su Piazza Medaglie d’oro.

Ho sempre pensato che le stazioni italiane fossero anonime.
Non sono mai stato un grande fan dell’architettura del regime.
A parte ciò, ho sempre ritenuto le stazioni dei non-luoghi, dei punti di passaggio per chi arriva e chi parte; un ponte obbligato fra la macchina e il treno da prendere e fra il treno arrivato e la macchina che porta a casa, nel migliore dei casi.
A volte, c’è l’autobus ad aspettarci.

Ad ogni modo, penso che forse la stazione ha qualcosa da dire, che forse un po’ di vita la spendiamo anche lì, senza accorgercene, correndo dietro ai ritardi, quelli nostri e quelli del mondo.
Penso a un libro bellissimo, che ho comprato proprio qui a Bologna.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio.

Murakami descrive le vicende di Tsukuru, che cerca di fare pace con un passato che ha ignorato per tanto tempo, ma che lo ha segnato per sempre. Come spesso accade, è una donna a costringerlo a guardare nell’abisso. Un po’ per gioco, lui ripercorre la sua vicenda, dalla spensieratezza del liceo alla danza dei primi anni di università, a braccetto con la morte, ammaliante più che mai. Ricordo un unico filo conduttore: le stazioni. Tsukuru ha sempre voluto costruire stazioni e finisce per farlo davvero. C’è una necessità impellente di ordine nella sua vita, c’è sempre stata, e la forma peculiare di questa esigenza è il non-luogo della partenza e dell’arrivo dei treni. Fra le file dei binari e i guasti alla linea, però, c’è spazio per l’armonia. La bellezza come un effetto collaterale che solo Tsukuru riesce a vedere. L’incolore Tsukuru, nel suo pellegrinaggio verso una pace persa tanto tempo fa, alla ricerca di una motivazione per un trauma tanto crudele quanto insensato. O forse solo verso una donna, che col passato non ha niente a che vedere e che potrebbe finalmente dare colore alla sua vita.

Mancano dieci minuti alla partenza del treno.
Alzandomi lancio un ultimo sguardo alla facciata annerita che sto per attraversare.
Percepisco quel velato senso di armonia che c’è nell’ordine. O meglio, sento lo sforzo pulsante dell’uomo che cerca di imporre i propri orari e le proprie necessità a un universo fatto di incroci e ritardi, davanti ai quali possiamo solo chinare la testa, ascoltando la voce metallica che ce li annuncia. Apprezzo per la prima volta l’accidentale bellezza del passaggio e dell’attesa, della corsa al binario e del caffè al bar della stazione, magari per salutare un amico, anche lui risucchiato in questo frenetico ambiente.

Penso che penso troppo e, di questo passo, finirò per essere in ritardo anche stavolta.
Afferro la maniglia del mio trolley e scendo le scale che portano al corridoio sotterraneo. Il binario è il numero 4; il tragitto si allunga per una cinquantina di metri. Salgo le scale e vedo una fila di persone in attesa sulla banchina. Mi domando se anche loro colgano l’armonia del luogo in cui si trovano; se si rendano conto anche loro di essere in pellegrinaggio e che questa è una tappa obbligata. Mi viene da sorridere: ad avere occhi per vedere, nessuno partirebbe.

Si apre lo sportello.
Saliamo tutti, spintonandoci a vicenda verso la prossima stazione.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Stazione di Bologna Centrale.
Salgo sul solito regionale stipato di pendolari. Oggi la situazione è anche più critica del solito: c’è stata la manifestazione.

In genere non partecipo a questi eventi collettivi, lo trovo ipocrita.
Mi sembra sempre di non saperne abbastanza, di non capire fino in fondo, e sicuramente non ho bisogno di una scusa per uscire a bere e conoscere gente. Ma la questione di Giulia Cecchettin è diversa.

Conosco perfettamente la sensazione di rabbia che mi stringe lo stomaco quando vedo un abuso, di qualsiasi genere. Conosco la rabbia cieca che mi prende ogni qual volta un essere umano viene cancellato, nel suo diritto alla vita, prima che nella sua esistenza fisica.
Sono stato anche io a Bologna a manifestare. Era il minimo.

Sono praticamente steso sul mio sedile sdrucito; sono stanco. Eppure continua a ritornarmi alla mente la parata, e in particolare uno slogan: BRUCIAMO TUTTO.

Cartelloni arsi, oggetti gettati nelle fiamme. Tutto brucia, e mi ricordo di un bellissimo libro.
Il titolo probabilmente gioca un ruolo fondamentale in queste associazioni quasi oniriche: Bruciare tutto.
Non c’entra nulla con Giulia, o quasi.

Walter Siti racconta la storia di don Leo, un prete che lotta contro la propria pedofilia in una parrocchia milanese di provincia. Leo non ha sempre avuto questa forza; una volta ha ceduto. Da quel giorno, mai più un rapporto o un atto impuro, almeno fino all’arrivo di Andrea, con la sua ingenuità di bambino. Almeno fino all’epilogo del romanzo.

Ricordo una metafora in particolare.
A un certo punto, Leo riflette sulla situazione della sua parrocchia e sulla fede dei suoi frequentatori, spesso di comodo. Pensa al sacrificio di Isacco.
Pensa ad Abramo, alla sua dedizione incorruttibile. E infine pensa al momento successivo, all’omicidio mancato. Immagina che Abramo decida di bruciare tutto: l’altare, i propri abiti. Non vuole scagionare se stesso, ma vuole scagionare dio. Preferisce che il figlio lo odi come un padre degenere, pronto a ucciderlo senza motivo. Isacco non deve avere prove per odiare un dio che lo aveva scelto come agnello sacrificale. Il patriarca biblico prende su di sé le colpe del suo Signore, e brucia ogni indizio.

Anche oggi abbiamo bruciato tutto, ma questo gesto aveva la sensazione di un rifiuto. Le fiamme non scagionano il colpevole diretto, non scagionano Filippo. Ma non si può guardare solo a lui. C’è un dio che è necessario incolpare, questa volta. C’è una società di stampo patriarcale da modificare, da bruciare. Non si può più accettare il femminicidio come caso estremo, isolato e sopportabile, di un sistema che insegna il sopruso mentale e fisico come paradigma relazionale. Non ci si può più nascondere dietro gli slogan: “Non è colpa di tutti gli uomini!”; “Tutti gli uomini sono ugualmente colpevoli”.
Bruciamo tutto, anche le frasi di comodo, e guardiamo in faccia una realtà di violenza alla quale ci siamo abituati in ogni contesto, non solo in quello sentimentale. Bruciamo una società costruita sulla diffidenza di genere e su gerarchie imposte in base agli stessi criteri. Bruciamo tutto ciò che ci rende colpevoli, per essere finalmente innocenti.

La voce metallica mi richiama. È la mia fermata.
Mi trascino sugli scalini e accendo una sigaretta, la più buona della giornata.
Penso che sono fortunato, perché mi hanno insegnato ad amare.
Penso che un po’ di cenere, comunque, ce l’ho addosso anche io.
Ma va bene così.
Oggi abbiamo acceso una fiamma. Abbiamo dato a Giulia quella “cremazione” che meritava.
Continuiamo a attizzare i carboni, finché ce ne sarà bisogno.

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di Andrea Leone

Illustrazione di Salvatore Pontone

Di ritorno da Pisa, da un concerto dei Gambiotronics.
Concerto che mi sarei volentieri risparmiato, se non fosse che a questo genere di eventi elettro-etnici-alternativi schizzano alle stelle le probabilità di incontri fruttuosi con l’altro sesso. E che fai, allora? Non ci vai? Ma si sapeva già come sarebbe andata…

Ecco: e dopo tanto sforzo e sudore e zero godere, ecco che è pure cominciata la parte più dura della giornata, quella da solo, nella notte. A parte tutto, mi sento relativamente tranquillo, anche se il solo dirmelo potrebbe tranquillamente scatenare il panico e il ruggito del mio cuore… Mi vedo bene né di inquietarmi né di rasserenarmi troppo: mi mantengo come immobile, una bella statuina. O quantomeno mi sembrava, perché tra questi pensieri al di sotto del pensiero, me ne viene in mente uno, uno assurdo proprio, che sale, sale… sale tra i viscidi intrecci, fino a farsi solo e in primo piano.

(Siamo a una rotonda, intanto, alla quale prendo a destra: i Monti Pisani sono da quella parte, sono la mia direzione).

Ed eccola la stronzata sopra cui m’involo: la Morte deve sapere dove sei per coglierti.
Se sei in aereo la Morte sa che sei lì, conosce il biglietto. Se sei in treno pure. Se sei a lavoro anche. In ospedale è normale che lo sappia. Ma se io fossi sempre in viaggio? se io mi fermassi solo, d’ora in poi, invece di tornare a casa, per fare rapidamente e unicamente benzina, e poi via! Ripartire immediatamente, senza mai una meta

Per mangiare, sì, fermandomi solo ai chioschi per la strada, pagando dal finestrino, inventandomi una qualche scusa, scusandomi per il disturbo… E per dormire? Beh, l’importante è NON METTERE I PIEDI A TERRA. Come un barone rampante… Per qualche strana legge fisica ancora mai comprovata, considerando una velocità media annuale, comprese le soste (meglio se invisibili dal cielo), di forse 10km/h, si potrebbe davvero pensare di vivere intanto quanto la macchina. Poi cambiarla, e così via, per l’eternità, o almeno fin quando la criogenesi non abbia fatto passi da gigante, tanto da non essere più fantascienza…

Tutto questo avveniva nella mia mente, mentre la macchina e il mio assopito senso dell’orientamento mi avevano gettato totalmente fuori strada; ed ora mi stavano conducendo per una redola di campagna, sterrata, tutta devastata di buche. Buche assai fonde, come di enormi tentacoli che si fossero abbattuti di punta sul duro terreno estivo. Formando enormi crateri. Tenevo d’occhio il cruscotto, conscio che lì, alle brutte, ci sarebbe stata un’arma da usare (la solita): una boccettina di EN (sempre a portata di mano).

Cercavo, adesso, in mezzo allo sballottamento generale, il modo di invertire la rotta. Ma la strada era stretta, di poco più larga di una macchinetta come la mia. Niente spiazzi laterali, nessun modo insomma di fare manovra. Ingranare la retro? Troppo rischioso, impossibile il solo pensiero di ribaltarsi nel campo sottostante… No, meglio proseguire. Di certo più avanti c’è uno slargo, qualcosa per farla questa maledetta manovra e uscire da questa maledetta T che di sicuro era indicata, maledettissimo me… Calmo, calmo… Vedrai che con una bella manovrina si sistema tutto.

Più avanti, sulla destra, nel campo sottostante, un casolare abbandonato, senza il tetto, affogato da un esercito di edere appena screziate dalla pallida luna che ancora non avevo notato, ma che a guardarla non è che prometta bene, a guardarla… Buono, buono cuore…

C’è una curva più avanti. Alla mia sinistra un muro, un muro di mattoni, che più avanti stonda e scompare insieme al viottolo, spalancando d’improvviso su un buio tale che i fari dell’auto si limitano a indicare più che a illuminare.

(Ma dove cane sono finito? Che c’è ora? Che c’è?!)

Ho già ormai la mano sul cruscotto…

Dietro la curva, immerso nella più nera oscurità, più in basso, i lumini: centinaia di lumini occhieggianti, che ondeggiano.
La fine della strada, senza uscita, senza scampo.

Un cimitero.

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di Laura Bortot

Illustrazione di Margherita Martini

Però se immagino tutto, proprio tutto, nei minimi particolari, poi non succederà nulla di quello che desidero, la realtà prenderà un’altra strada, oppure non ci sarà poesia…

L’aveva vista subito, seduta in treno accanto al finestrino, lo sguardo smarrito al di là del vetro su quel binario dove poco prima, nonostante la tettoia, si era rovesciata una pioggia violenta. Le luci tremolavano e annegavano in pozze d’acqua impreviste, lo scalpiccìo consueto moriva a tratti in alvei più profondi e impercettibili correnti sommergevano ruote di trolley in corsa, per poi tornare a spegnersi in piccole infossature che le cullavano fino ad addormentarle.

Percorse il vagone cercando con gli occhi il numero del suo posto.
E sperò di averlo prenotato di fronte a lei.
Non era proprio di fronte, ma condividevano lo stesso piano di appoggio.
Un segno del destino, pensò.

Sistemò la valigia sulla cappelliera sopra i sedili – che meraviglioso nome, cappelliera, si portava dietro immagini antiche, abitudini e oggetti remoti, senza distinzione di classe, il viaggio come uno sporgersi verso un nuovo orizzonte che, appunto perché ignoto, richiedeva che ci si presentasse al meglio delle proprie possibilità, come quando ci si metteva il vestito buono per andare alla messa della domenica.
E quindi il cappello, segno di rispetto, eleganza, compostezza.

Si era seduto e per prima cosa aveva guardato il proprio riflesso nel finestrino, per fortuna non troppo sudato, scapigliato e confuso.
Poi, spostando uno alla volta gli altri riverberi – ombre, impronte e schegge di luce – aveva individuato il profilo di lei: i capelli raccolti in una coda da ragazzina, il naso irregolare, che si protendeva con una certa impudenza bucando il vetro, la bocca sottile, non sensuale, no, ma con una dolcissima propensione a incurvarsi in un sorriso estemporaneo, sul filo di chissà quale pensiero, o emozione, o ricordo. In quei brevi attimi anche gli occhi sorridevano, eppure lo sguardo rimaneva sperduto, lontano, come incapace di incidere, di lasciare traccia di sé.
Cosa vedeva? Cosa ricordava? Si rese conto di provare un’assurda gelosia, di quelle che lottano contro fughe e vaghezze di chi si ama, vicoli in ombra e albe grigie difficili da leggere. Perché in quegli anfratti potrebbe nascondersi il seme di un desiderio randagio.

Si bloccò. Stava galoppando con la fantasia quando la realtà era una sola: era seduto di sbieco a un metro di distanza da una ragazza che non conosceva e che stava guardando fuori dal finestrino. Punto. Il treno si mosse cigolando. Lo sfondo scuro del binario si dissolse in un bianco lattiginoso graffiato dai profili frastagliati degli edifici, e da geometrie incerte di pantografi e voli trasversali di uccelli, come strappi su una tela sporca.

Ma dopotutto era solo questione di tempo.
Se lui vedeva lei, lei vedeva lui, e quindi probabilmente intuiva la direzione del suo sguardo. Era una conversazione silenziosa quella che stavano intavolando, e poi uno sguardo te lo senti addosso, lo percepisci anche senza incrociarlo. Non voleva essere invadente, indiscreto, la sbirciava quasi di sottecchi, a momenti alterni, solo che quando si posava sul suo profilo rimaneva incagliato, e doveva obbligarsi a scollare l’immagine per tornare sulla pagina di un libro che teneva aperto davanti a sé. E invece di leggere le parole e comporre un pensiero lineare, a un certo punto la vide girarsi, fissarlo intensamente per un attimo, accennare un sorriso. Anche lei sentiva la magia di quella vibrazione silenziosa, ne era sicuro.

E allora, e allora… e allora lui avrebbe continuato a sollevare lo sguardo ogni volta che lei si girava, e a innamorarsi del suo profilo riflesso sul finestrino, e poi magari si sarebbe alzato per andare in bagno e le avrebbe chiesto di controllare le sue cose, per cortesia, e tornato a sedersi l’avrebbe ringraziata e si sarebbe informato sulla sua destinazione, e il discorso sarebbe caduto inevitabilmente sugli studi che stava facendo, e anche lui avrebbe raccontato di sé, dei suoi sogni, dei suoi progetti, e le avrebbe domandato se ne avesse anche lei, di sogni e progetti, e a un certo punto avrebbero riso e si sarebbero divertiti a immaginare qualche follia per il futuro, e lui si sarebbe reso conto che non sentiva più il bisogno di risultare interessante, o misterioso, perché chiacchieravano ormai sereni e disinvolti, lei sempre un passo indietro, senza svelarsi troppo, lui appena un po’ più curioso; e avrebbero cominciato a parlare di come stavano in quella città in cui studiavano, che non era la città in cui erano cresciuti, e magari non era neppure la stessa città in cui studiava lui, ma pazienza, sarebbe sceso comunque con lei alla stazione, facendo finta di essere arrivato e di dover prendere un autobus per andare all’appartamento che condivideva con altri studenti, e siccome era buio le avrebbe chiesto se si sentisse tranquilla ad andare a casa da sola, e lei avrebbe detto di sì, con un altro di quei suoi meravigliosi sorrisi e lo sguardo che scivolava di lato, e allora lui le avrebbe detto che forse potevano vedersi per un aperitivo uno di quei giorni, e lei avrebbe detto sì volentieri, e quindi lui avrebbe dovuto prendere un treno per arrivare in tempo all’appuntamento, e sarebbero stati seduti a un tavolino a parlare, e avrebbero bevuto più di un aperitivo, e si sarebbero visti ancora, sarebbero andati al cinema insieme, e lui a quel punto le avrebbe confessato che studiava in un’altra città, non lontana, questo no, venticinque minuti di treno, e lei sarebbe scoppiata a ridere e gli avrebbe dato del pazzo, e allora… allora lui le si sarebbe avvicinato piano piano, e con l’indice le avrebbe scostato una ciocca di capelli sulla fronte, e poi avrebbe dolcemente percorso quel profilo che aveva osservato in treno la prima volta, e le avrebbe sfiorato le labbra, e quasi senza rendersene conto si sarebbero baciati, e un’onda di calore li avrebbe avvolti, e l’attimo sarebbe rimasto sospeso come un aquilone incredulo investito da correnti opposte. E poi il pensiero di vederla due o tre volte alla settimana lo avrebbe svegliato la mattina e addormentato la sera. E avrebbe contato le ore come un ragazzino, avrebbe riempito i vuoti con messaggi brevi, mi manchi, ti stavo pensando, ancora un giorno, vorrei dirti tante cose… E tutte le parole che avrebbe letto in quel tempo senza di lei avrebbero acquisito spessore, la densità della nostalgia, del desiderio. E con l’arrivo della primavera avrebbero fatto lunghe passeggiate lungo l’argine, il sole avrebbe proiettato le loro ombre sul prato e i loro corpi si sarebbero rincorsi per gioco. E camminando vicine le loro mani si sarebbero sfiorate, e poi toccate e poi cercate.

Ma il punto era che lei non si era mai voltata verso di lui, aveva continuato a guardare al di là del finestrino e a smarrirsi in un cielo che gocciolava grigio e informe. Il punto era che purtroppo ormai tutta quella felicità era già stata scritta, e quindi non poteva diventare una storia d’amore, la sua storia d’amore.

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Redazione

Da qualche parte a Barcellona

1902

Dipingere è sempre stato il mio rifugio.
Il solo gesto con cui imprimere sulla nuda tela parole antiche e inafferrabili, che in assoluto silenzio fioriscono al riparo di un quotidiano beffardo.

Una luce brumosa si propaga a quest’ora del crepuscolo fra i viali catalani, scuotendoli di un fremito che ha tutto il sapore di una rivoluzione ormai imminente.
Si posa timida sui volti e i corpi delle più umili vite che lungo le Ramblas cerco sempre di catturare, nonostante la puntuale e cocente sensazione che qualcosa mi sfugga.

Al pari del mio popolo sono esposto a regole e futili dettami che non riesco più controllare, buoni solo a dirottare la creatività verso un precipizio che assomiglia sempre più a un’eterna sepoltura.
I lampioni da poco accesi emanano fiochi bagliori che annichiliscono il volto serale della mia Barcellona. Mentre rivedo gli schizzi della giornata mi soffermo ancora una volta su quella splendida carrozza nera trainata da due grigi sauri.

Si era fermata intorno alle quattro del pomeriggio lungo il viale e un vegliardo di bell’aspetto era sceso da un predellino finemente tirato a lucido. Calzava scarpe che i miei dipinti potevano solo fotografare e un completo nero dal cui panciotto marrone sporgeva un orologio da taschino. I folti baffi grigi, un po’ ingialliti dalla nicotina, parevano ingrandirsi man mano che si era avvicinato al treppiede.

«Torno subito Gabriel» annunciò al cocchiere, che con un rapido schiocco di frusta guidava già i due sauri verso una postazione diversa.

«Sono vostri ragazzo?» chiese una volta giunto al mio cospetto con un elegante bastone da passeggio dal pomello argentato.

«Si senor» risposi un po’ timidamente.

«Permettete?» chiese indicando uno schizzo in particolare.

Porgendo la mia intimità al servizio di quello sconosciuto mi scoprivo curioso e intimorito, mentre un cielo pomeridiano si tingeva un po’ di rosa e un po’ di arancione. La sua concentrazione vagava da un angolo all’altro del foglio esaltando rughe antiche intente a cogliere l’essenza di quanto vi era impresso. La mimica non tradiva alcuna emozione e i suoi baffi anziché rivelarmi qualche indizio coprivano per intero le sue labbra. Con il cuore in gola e un tempo dilatato, percepivo pensieri e fantasie mescolarsi tra loro per poi acquisire tonalità che in quell’istante non riuscivo lontanamente a decifrare.

Alle sue spalle il cocchiere avvolto nel suo mantello e con la pipa in bocca contemplava due bambini avvicinatisi per rimirare con crescente meraviglia i due giovani cavalli. Protendevano le dita verso i loro musi, ignari di tutta la corruzione che dai piani alti del governo Madrileno si stava propagando come un cancro impazzito lungo le arterie di tutta la nazione, portando la città catalana nel baratro della miseria e della povertà.

«Mi piace» esclamò entusiasta.

Sorrisi con discrezione mantenendo una rigida compostezza che ben si addiceva a quel momento per me solenne, ma che contrastava col mio versatile bisogno di carpire l’anima di un mondo ormai accessibile a pochi.

«Come vi chiamate figliolo?».
«Anton de Pereira signore» risposi sollevando la coppola verde a quadri in tweed.
«Seguitemi» ordinò girandosi e battendo la punta del bastone sui sanpietrini.
«Ma signore i miei dipinti non posso…». «Non temete per quelli, potete farne di nuovi» sentenziò dirigendosi con passo claudicante verso la carrozza e con in mano il mio lavoro.

Il cocchiere aprì lo sportello esortandomi a fare il mio primo ingresso dentro uno spazio che fino a quel momento avevo intravisto da lontano a conferma del divario tra me e quel mondo. Una volta preso posto sul sedile di velluto color bordeaux vidi subito il treppiede e il resto dei miei disegni sistemati con dovizia nel baule di quel meraviglioso calesse.

Levatosi il cilindro quell’anziano dai modi misteriosi e delicati ordinò di proseguire lungo il viale alberato per poi dirigerci verso un luogo che avevo già sentito nominare e che non tardò, seppure in maniera tumultuosa, ad alimentare le braci di un fuoco che per nulla al mondo volevo si spegnesse.

Appoggiato al morbido schienale della vettura i suoi occhi celesti si erano posati sulle mie dita, che ingenuamente sfioravano con meraviglia quel tessuto disegnando linee immaginarie che soltanto la fantasia permetteva di scolpire nel loro intimo prodigio.

Ignaro delle forme che iniziavano a prendere i miei pensieri ripensavo al volto di quella ragazza che il giorno prima si era accomodata di fronte al treppiede, mostrando con fare pudico una rara luminescenza: partorita da un sorriso che portava in grembo il seme dell’eternità.

A bordo di quel piccolo mondo, ora in movimento, sentivo nello stomaco un che di primordiale fondersi con il sole pomeridiano e scalciare per venire al mondo in tutto il suo candore.

Fuori dal finestrino un tripudio di gesti accompagnava il nostro silenzio, c’era chi litigava per un tozzo di pane o chi in gruppi, col giornale in mano, commentava le ultime vicende che avevano reso Barcellona la culla della rivoluzione operaia.

Giunti al Paseo de Gracia ricchi borghesi sfoggiavano inorgogliti stoffe e completi, che puntuali attiravano l’attenzione di mendicanti o di giovani fanciulle in cerca di un compagno.

Sotto i loro ombrelli di pizzo bianco ostentavano una decadenza che mal si coniugava con il loro fare civettuolo e che per nulla al mondo, mi trovai a pensare, avrebbe eguagliato l’anima di chi avevo ritratto.

«Siamo arrivati figliolo».

Fuori del finestrino, casa Batllò splendeva in tutta la sua rara bellezza e prima ancora di proferir parola Don Romero Ferreira, questo il nome che avrei scoperto a breve, con gesto celere liquidò ogni mia possibile iniziativa.

«Il vostro è un dono che un treppiede non può sorreggere a lungo, la vostra pazienza un eterno strumento di creazione» disse accennando un sorriso.

Non sapevo cosa aspettarmi, ma sentivo per certo che il ritratto di quella donna avrebbe illuminato il mio percorso al pari di quei trancadìs, che pazienti tessevano la trama di una storia che aspettava solo di essere dipinta.      

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di Simonetta Gallucci

Illustrazione di Francesco Dell’Acqua

Voleva solo scopare. Se qualcuno glielo avesse chiesto avrebbe negato. Tutt’al più, messa alle strette, avrebbe potuto dire che “voleva fare l’amore”. Le calze a rete però tradivano le intenzioni. Non c’erano dubbi: voleva solo scopare.

Era il sei febbraio.
Non me lo sarei ricordata se quello stesso giorno un treno non avesse deragliato.
Alle cinque del mattino o giù di lì un Frecciarossa Milano – Salerno, all’altezza di Lodi, era uscito dai binari. Dodici ore più tardi stavo raggiungendo Porta Garibaldi, uscendo anch’io da un binario: quello della routine. Avevo preso un permesso al lavoro, accampando una scusa. Ero tornata a casa, mi ero fatta una doccia e avevo indugiato nuda davanti all’armadio aperto, per decidere come vestirmi. Ero uscita infilando in borsa la trousse dei trucchi, lo spazzolino e un cambio.
“Ho deciso di andare a fare serata a Torino”, avevo scritto a un’amica, senza specificare il tipo di serata. Arrivata in stazione ero sgusciata tra la folla dei pendolari, esasperati dal ritardo dei treni in partenza. Avevo due sole preoccupazioni: riuscire a partire e tenere ben chiuso il lungo cappotto nero per non scoprire i collant, più da discoteca che da tardo pomeriggio. 

Salita sul treno mi ero tolta il cappotto, ripiegandolo sulle gambe accavallate. Avevo tirato fuori un quaderno dalla borsa. Disinteressata alle cronache dei vicini sulle peripezie per rientrare a casa, appuntavo le sensazioni del momento. Volevo ricordare tutto.
Avevo alzato la testa e sorriso allo schienale davanti a me. Erano passati solo dieci giorni.

«Aspetta…»

«Che c’è?»

«Prometti di non farmi male?»

«Solo se tu prometti che sarai sincera e mi dirai se ciò che faccio ti mette a disagio.»

«Promess…»

Quella “o” era rimasta incollata alle labbra di lui.
In mezzo a Piazza Carlo Alberto, tra i passanti, facevamo gli adolescenti pur avendo entrambi ben superato la trentina. Sfrontati, incuranti degli sguardi, eravamo lì, sotto la statua.
Io cercavo di mantenere una certa distanza con le mani affondate nelle tasche, mentre lui mi teneva per i fianchi. Di tanto in tanto ci staccavamo, io per riprendere fiato e lui per via degli occhiali appannati.

«Ora però devo andare, altrimenti perdo il treno».

«Sei proprio così ansiosa di lasciarmi qui da solo in piazza?»

«Tanto è la tua preferita!»

Gli avevo dato un ultimo bacio.
Lui mi aveva ripresa per la manica e attirata di nuovo a sé.

«Allora ciao».

«Scappa, scappa».

Mi ero incamminata a testa bassa e solo dopo aver svoltato l’angolo, dando un’ultima occhiata indietro, l’avevo alzata portandomi le mani al petto. Ridevo da sola, facevo le linguacce ai bambini che incrociavo per strada. Ero felice.

La voce dell’altoparlante che annunciava l’arrivo a Porta Nuova mi aveva riscossa. Infilandomi il cappotto ero scattata in piedi, pronta a scendere. Ci eravamo dati appuntamento a una vineria di Vanchiglietta.

Ero in anticipo.
Mi ero seduta su una panchina davanti all’entrata, rialzandomi subito dopo. Avevo camminato fino all’angolo della strada e poi ero tornata indietro, contando i passi. Lui era arrivato al diciannovesimo passo del secondo ritorno, scusandosi per il ritardo. Ci eravamo seduti a un tavolino e avevamo ordinato un Nebbiolo, poi un secondo.
Dato fondo al vino ci eravamo avviati verso casa sua. Una volta entrati ero franata sul divano, completamente sbronza. Mi aveva aiutata a togliere il cappotto e fatta risiedere, sfilandomi gli stivali. Avevo cercato di rimettermi in piedi, sbottonando la mia minigonna e i suoi pantaloni. Gli tenevo le mani sulle spalle per non perdere l’equilibrio. Lui mi reggeva cingendomi la vita. Mi aveva spogliata completamente e accompagnata al piano superiore, facendomi distendere sul futon. Aveva cominciato a baciarmi. Io avevo braccia e gambe intorpidite. Mi si era sdraiato di fianco, sussurrandomi che forse era meglio riposarsi un po’. Ero caduta in un sonno profondo.
Lui mi aveva lasciata dormire, poi mi aveva risvegliata leccandomi l’incavo del collo. Ci eravamo baciati al buio. Mi era salito sopra, schiacciandomi con tutto il peso del corpo. A me veniva da vomitare ma, tra un bacio e l’altro, cercavo di prendere fiato e ricacciare indietro il sapore acido che risaliva dallo stomaco verso la trachea. Mi aveva penetrata con gli occhi serrati, continuando a battere e affondare, puntellato sulle mani, con una smorfia sul viso.
Avevo girato la testa e avevo smesso di guardarlo.

Il mattino seguente, quando mi sono svegliata, mi sono girata verso di lui: era di schiena, accucciato da una parte del futon, distante da me. Gli ho toccato la spalla. Si è voltato subito, non stava dormendo. In silenzio è rotolato giù dal letto. L’ho seguito al piano inferiore. Dopo tutte le parole scritte e sussurrate ora, per la prima volta, non avevamo nulla da dirci.

«Vuoi un caffè?» aveva chiesto.

«Sì, grazie.»

Silenzio.

«Non dovresti prendere il treno?»

«Sì, meglio che vada.»

Silenzio.

Ero uscita senza voltarmi.
Il rumore della porta chiusa alle spalle mi era rimbombato dentro. Avevo camminato incurvata per proteggermi dal vento e dagli sguardi, e per nascondere il trucco sfatto della sera prima. Stretta nel cappotto, ricacciavo indietro le lacrime.

Nell’incidente del giorno precedente un binario era stato tranciato e l’altro deformato. Salendo sul treno mi era tornato in mente quel dettaglio. Mi sono seduta, lanciando la borsa sul posto di fianco al mio. Ho visto il quaderno ma l’ho lasciato lì. Non serviva scrivere nulla, avrei ricordato comunque questa giornata in cui, come il Frecciarossa, avevo deragliato, qualcosa si era tranciato e ne ero uscita deformata. Continuavo a chiedermi ossessivamente il perché.

Ed ecco, mentre mi scorreva davanti un paesaggio sfocato, la nitidezza di un pensiero: lui non aveva fatto nessuna promessa.

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Anastasia Coppola

Secondo lo psichiatra americano Daniel J Siegel lo stato mentale di un individuo indica la probabilità con cui pensieri ed emozioni possono ripresentarsi tanto nel presente quanto (e soprattutto) nel futuro.

Questi ultimi riflettono due fasce temporali attorno alle quali i propri vissuti possono gradualmente tradursi in convinzioni o peggio ancora in certezze assolute e definitive, limitando così non solo la panoramica del nostro sguardo bensì la nostra flessibilità cognitiva.

Se da un lato il pensiero innesca una serie di processi utili alla formazione di rappresentazioni emotive e cognitive, dall’altro le convinzioni rischiano di sedimentarsi per poi tramutarsi in vincoli di natura normativa, di fronte ai quali il ragionevole dubbio e la messa in discussione non sempre vengono contemplati.

Tra errore e ignoranza

Attraverso le pagine del suo ultimo saggio Gianrico Carofiglio si sofferma sul rapporto sottile che intercorre tra il concetto dell’errore e quello dell’ignoranza, descrivendoli stavolta in un’accezione unicamente positiva e per questo fuori dagli schemi.

Quanto proposto è infatti una revisione di quegli stili e quei modi di sentire che attraverso il volto delle parole possono radicare schemi interpretativi difficili da estirpare e ai quali non vorremmo mai rinunciare.

Se infatti l’abitudine è una cattiva consigliera, la disposizione d’animo ad accogliere le novità dovrebbe essere un esercizio al quale ognuno di noi non dovrebbe rinunciare ma che troppo spesso converge in un immediato rigetto a favore di pregiudizi preesistenti.

Secondo l’autore la presenza di preconcetti già sedimentati può infatti obnubilare il nostro raggio d’azione, impedendo di cogliere le opportunità che si celano dietro ogni “imprevisto”.

Se sbagliare è umano coltivare un atteggiamento che non precluda il volto misterioso degli eventi e delle circostanze quotidiane consente la fioritura di una mancanza pronta a manifestarsi in tutte le sue sfumature: rendendo ciò che erroneamente definiamo ignoranza un ponte grazie al quale raggiungere, per prove ed errori, nuove chiavi di lettura.

Sotto un profilo psicologico ciascuna riga di questo saggio, porta con sé un valore simbolico applicabile in chiave analogica ai più svariati campi del nostro quotidiano.

Lo spirito “shoshin” e la possibilità di sbagliare

In una delle opere più importanti del secolo scorso, il noto psicoanalista Carl Gustav Jung definiva il significato come una lente capace di limitare esclusivamente l’espressività creativa con cui ciascuno di noi si trova a fare i conti giorno per giorno.

Viceversa il simbolo riflette qualcosa di più ampio, indefinibile ed eterogeneo; la cui natura apre nuovi scenari in grado di promuovere a nostra insaputa le più imprevedibili metamorfosi.

Operare un processo di revisione del nostro modo di parlare, sentire e comunicare vuol dire mettere in crisi tutte quelle conoscenze acquisite nel tempo e che nel quotidiano rischiano di atrofizzare una plasticità neurale che al contrario arricchirebbe quanto già custodito nel nostro patrimonio culturale.

Occorre dunque promuovere un atteggiamento flessibile che sia in grado di mettere in crisi quei capisaldi ai quali deleghiamo un potere pericoloso, riponendo certezze assolute che altro non fanno se non definire inconsapevolmente le nostre identità, ma soprattutto i nostri pensieri.

Nel saggio, quello che più colpisce è l’invito, nonché la sfida, a far proprio quello sguardo investigativo grazie al quale ogni conclusione non può che terminare se non con un punto interrogativo, capace di ripristinare un dialogo con sé stessi e con gli altri attraverso cui accogliere l’eterna essenza di una complessità inafferrabile.

Quando il corpo si ribella alle certezze

Sotto il profilo psicosomatico è interessante constatare come il linguaggio quotidiano, proveniente dall’esterno sotto forma di prescrizioni comportamentali e normative, abbia preso sempre più le distanze da quell’intimo dialogo ormai dimenticato.

Le parole, i comportamenti e le attitudini con le quali ci orientiamo nel mondo fanno davvero parte del nostro dizionario?

Quello che comunemente viene etichettato come nevrosi è il risultato di un’omologazione sociale dove l’autentico viene sostituito con il banale e dove l’essenziale non trova posto in quello che è ormai superfluo.

Eppure senza rendercene conto la “logica preverbale” dell’errore risiede proprio nella manifestazione sintomatologica che attraverso il corpo comunica un qualcosa che non ci appartiene e che tuttavia per paura del cambiamento rifiutiamo di ascoltare: etichettandola per assurdo come un pericolo.

Accogliere l’imprevisto vuol dire quindi fare spazio a una dimensione dialogica (in)conscia che altro non chiede se non il ripristino di un linguaggio ormai obsoleto; che in superficie si impregna di trame che lo allontanano dalla propria e autentica narrazione.        

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Stavolta mi sono trattato proprio bene.
Sono persino riuscito a prenotare un posto in business class a un prezzo ridicolo, quasi un premio per tutti i chilometri di ferrovie di stato che ho percorso col culo su un cigolante regionale. La destinazione è Foggia. Meglio: la destinazione è il Gargano, Foggia è la tappa obbligata per arrivarci, l’unica con una stazione di arrivo. Il viaggio è piuttosto breve.
Dovrei cavarmela in tre ore partendo da Ancona.

Il treno si ferma ronzando alla stazione di Pescara e una fiumana di persone assalta lo sportello più vicino, in un’insensata gara a guadagnarsi la prima boccata d’aria abruzzese. Un dettaglio mi colpisce, fra la folla. Qualcuno ha lasciato dietro di sé la scia di un profumo fortissimo. L’odore è delicato ma inconfondibile, come lo schiaffo di una mamma troppo indulgente. Con la scusa di andare in bagno mi avvicino al portellone, sperando di trovare una traccia più persistente. Niente da fare.
Come sospettavo, l’odore si spegne proprio in corrispondenza dell’uscita.
Lo sportello mi si chiude in faccia inesorabile, definitivo.

Torno a sedere disilluso e francamente seccato. Sicuramente quello era un profumo femminile, agrumato e fresco. Non sono mai stato un grande esperto. In genere associo le fragranze alle persone, e le persone ai ricordi, perciò il profumo per me è sempre stato veicolo secondario di sensazioni più forti: la delusione di una ragazza che si allontana; l’abbraccio di un amico in una serata ebbra; il tono perentorio di mio padre prima di andare a teatro: vestiti bene!
Stavolta è l’opposto. Mi resta solo una fragranza ‒ che, com’è ovvio, non riconosco ‒ senza nulla a cui associarla.
È come in Sotto il sole giaguaro di Calvino.

L’ultima raccolta di racconti di Calvino non è finita, ma il progetto rimane geniale: cinque racconti per cinque sensi.
All’appello mancano solo il tatto e la vista.
L’olfatto, non a caso, è il primo: tre storie diverse per la medesima trama. Bisogna trovare una persona di cui si conosce solo l’odore, invertendo la gerarchia sensuale della conoscenza. Poi l’udito, con la storia del re prigioniero della sua corte, e infine il gusto, viaggio culinario in un Messico spietato e tribale, come i templi aztechi e i loro sacrifici umani. Quando lo lessi, mi spiacque molto non poter immaginare come avrebbe fatto Calvino a confrontarsi con gli altri due sensi, soprattutto con la vista. Ricordo altrettanto bene, però, l’impressione suscitata dalle parti concluse. In particolare la prima, sull’olfatto, mi aveva consegnato una frustrazione unica. Dove decadono gli altri sensi, le altre conoscenze, rimane solo una traccia d’odore. Poche distinte note olfattive che costruiscono una personalità di volta in volta diversa, in ogni luogo e epoca, come testimoniano le ambientazioni dei tre racconti. Inutile dire dell’inconcludenza di ogni ricerca.

Mi rendo conto che sono caduto anche io vittima della fascinazione dell’odore. Anche io, di fronte allo sportello appena chiuso, avevo cominciato a ricamare su quelle note una persona fisica che non avrei mai trovato. E anche a trovarla, l’immagine non avrebbe mai soddisfatto l’idea di quel profumo, decisa e spregiudicata. In effetti, si può dire lo stesso per un sacco di cose, ma ormai è tardi per pensarci. Lo sportello si sta aprendo anche per me. Siamo arrivati a Foggia in ritardo (con un regionale non sarebbe mai successo) e mi tocca scendere nella calura estiva del Tavoliere, che un po’ mi ricorda i colori sbiaditi del Messico di Calvino.

Come da rito, appena sceso dal treno accendo una sigaretta.
Il fumo del tabacco ottunde il mio olfatto; si prende tutta la mia capacità di odorare il mondo che mi circonda, di conoscerlo. Poco male però, perché davanti alla stazione posso solo sentire il puzzo dello smog e del piscio che chiazza i muri esterni dell’edificio. Forse, varrebbe comunque la pena di smettere di fumare. Ma poi ci ripenso: i profumi significano ricordi, e i ricordi, specie se belli, sono pericolosi.

Spengo la sigaretta alla bell’e meglio e la butto via sperando che non prenda fuoco il bidone. Devo salire sul bus che mi porterà a Vieste. Anche qui il portellone si chiude, ma l’odore che mi pungola è quello del sudore stantio dei miei compagni di viaggio, al quale io mischio quello del tabacco appena bruciato. Penso che su quell’autobus l’odore agrumato del treno non lo avrei nemmeno sentito. Penso che su quell’autobus la donna del mio pensiero non sarebbe mai esistita.    

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Ultima ora di treno. Sono in piedi dalle quattro di questa mattina e forse, dopo un aereo e due autobus, sto per arrivare a destinazione.

Non pensavo che ritornare da Berlino sarebbe stato così complicato, eppure mi sembra di viaggiare da giorni. Ad ogni modo, guardando fuori dal finestrino, seduto sul mio sedile pagato poco “perché-l’ho-preso-un-mese-prima”, ritrovo un senso di benessere.

Ho sempre pensato che i treni fossero un mezzo di trasporto privilegiato, anche più degli aerei.
Oggi me ne sono reso definitivamente conto.

Gli aerei mostrano le cose dall’alto; la vista è affascinante.
Allo stesso tempo, però, tutto è molto innaturale, tutto così distante.
Quel mondo non mi appartiene. Non mi è dato di guardare le cose tutte insieme, con una prospettiva completa, in viaggio come nella vita. Il treno, invece, è come un microcosmo che si muove in un mondo che posso abbracciare naturalmente, col mio fallibile sguardo di viaggiatore. Nelle cabine ognuno vive la sua vita, all’esterno della carrozza, pure. Il treno passa stazioni, paesi sperduti, periferie gremite con parchetti troppo vicini alle rotaie, e nel frattempo trasporta persone attraverso questi scenari. Tutto mi si offre nella sua interezza umana, non prospettica, eppure mi è precluso, con tutto il fascino che questo divieto comporta.

Penso che un autore ha dato corpo alle mie divagazioni: Boris Pasternak nel Dottor Zivago.
Il treno è la promessa di una nuova vita a Varykino per la famiglia del dottore, eppure, prima di tutto, è la macchina che trasporta attraverso il tempo e lo spazio della rivoluzione d’Ottobre. I vagoni sono stipati di storie più che di persone, e ogni passeggero si trova a passare attraverso le macerie della Storia che si sgretola, sotto i colpi di un avvenire più incerto delle idee che lo hanno profetizzato.
È tutto in quel fetido vagone, fra le urla dei bambini e i discorsi sconclusionati di uomini e donne incapaci di capire cosa accadrà. Il dottore sta in silenzio e, quando non riflette, guarda fuori, pensando a Lara.
Il treno è anche il mezzo che ricongiunge il protagonista alla donna che ama più di quella che dovrebbe amare, anche se lui non lo sa. Tutta la vicenda si racchiude nella locomotiva scricchiolante che divide il romanzo in due parti. Il treno è l‘unico mezzo per unire la storia privata di Zivago e la Storia che la comprende, con l’intento di soffocarla.
La Rivoluzione e l’amore aldilà di un unico finestrino che si muove lentamente, fra paesi diroccati e stazioni dismesse.

È la mia fermata, finalmente.
Scendendo gli scalini, comunque, sento che mi dispiace essere arrivato.
Sono esausto, ma mi metto a fantasticare sulla possibilità di una vita trascorsa passando accanto alle cose, troppo vicino per toccarle. Rifletto sulla possibilità di scorgere infiniti scenari, scorrendo via talvolta a passo d’uomo, talvolta in velocità, affidandomi a un conducente di cui non conosco neanche il volto, ma che so capace di portarmi a destinazione.

È inutile, questo treno proseguirà anche senza di me.
Posso solo guardarlo partire. Mi ha risputato nel macrocosmo delle macchine parcheggiate a chilometri di distanza per non pagare la sosta prolungata. Salgo in auto e metto in moto. Non ho per niente voglia di guidare, ma nel mio solitario abitacolo comincio un viaggio fatto di traffico e tensione, senza possibilità di distrazione.
Penso che non posso permettermi un autista.
Poco male: un treno ogni tanto costa meno.  

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di Alex Roggero

Illustrazione di Redazione

Salgo sul treno di corsa, affannato e sudato, sono abbastanza certo che tra qualche istante sputerò un polmone direttamente dalla bocca.

SBAM.
Le porte si chiudono alle mie spalle. Lo fanno con violenza, quasi per volermi dare una lezione.
Per poco non cado al suolo. Figa, forse in realtà me lo sarei pure meritato, prima o poi giuro che lo capirò che per arrivare da Porta Romana a Stazione Centrale ci vogliono più di 20 minuti in metro.
Eppure continuo a fare di continuo sempre lo stesso errore.
Forse lo faccio apposta, forse mi piace auto-sabotare la mia vita.

Le persone sulla carrozza mi fissano mentre ansimo.
Cammino sudato provando a non farci caso. Tra poco inizierò pure a puzzare lo so. Mi spoglio e mi siedo nei primi posti liberi che trovo. Tiro fuori il cellulare, apro Instagram. Alle mie spalle, credo una fila o al massimo due dietro la mia, una signora dice a quello che penso possa essere il marito, o forse un amico, che i soldi del biglietto ovviamente glieli ridarà, che è solo un momento difficile in cui non capisce dove finiscano i suoi soldi. Dalla voce penso avrà tra i 70 e gli 80 anni. È umiliata nel dover fare quella precisazione, si percepisce che nella vita questa persona non ha mai dovuto chiedere un prestito a qualcuno. Forse in realtà non ha mai dovuto chiedere proprio niente: «Giuro che te li ridarò, davvero, lo giuro».
«12 euro di biglietto? Ma smettila di dire fesserie, sono felice di avertelo pagato. E poi forse dovremmo proprio smetterla di fare queste cose. Viviamo insieme da 50 anni, smettiamola di fare gli adolescenti. I miei soldi sono anche i tuoi lo sai».
«No! Io non dipenderò mai da qualcun altro. Mai!»
«Ma chi dice che dipenderesti da me? Sarebbe tutto esattamente come è ora, semplicemente non dovresti chiedermi scusa se ti compro un biglietto del treno».
«Io nella mia vita mi sono sempre pagata tutto da sola. Lo sai bene. E nonostante tutto, ho sempre vissuto benissimo. È solo una situazione temporanea questa. Vedrai, il mese prossimo ti restituirò tutto».

Ok, forse in effetti dovrei semplicemente farmi i cazzi mie lo ammetto, ma la loro intimità mi ha ipnotizzato per qualche minuto. Mi rimetto a guardare filmati di ciccioni che cadono su Instagram.
O almeno ci provo.

Un telefono inizia a squillare: «Federico, amore dove sei? Come Stai? Scusami ho sbagliato, ti chiedo scusa».

La Signora risponde a quello che penso possa essere un figlio, o un nipote.

«Ma certo che puoi non venire. Ma certo, tu hai la tua vita lo so, sono stata una stupida a mandarti quel messaggio. Sì, lo so che sei pieno di cose da fare. Ma no tranquillo, davvero stai tranquillo. Cosa? Vuoi venire? Ma certo vieni amore ti aspettiamo. Il Professor Perzulli non vede l’ora di conoscerti, ci ha detto che vorrebbe dare a te l’esclusiva di questa intervista. Chiunque vorrà pubblicarla vedrai, faranno a gara e sarà utile alla tua carriera, in qualunque ambito tu voglia che sia. No ma sei non vuoi venire stai tranquillo. Perché me lo chiedi? Perché lo chiedi a me? Cosa vuoi che ti dica? Se mi fai questa domanda è perché forse vuoi venire? Devo chiederti di venire? Vieni amore mio, ti prego vieni. No no no, non fare così, non ti ho chiesto io di venire, me lo hai chiesto tu. Lo so che hai le tue cose da fare e ti eri già fatto i tuoi programmi per il weekend. Amore non venire. Vieni? No no non te lo sto chiedendo, non venire. Ti prego non chiedermi più niente ti prego. Ti prego. No no, aspetta ti passo il papà».

«Pronto? Ciao Federico, che piacere sentirti. Allora, come ti dicevo nel messaggino che ti ho mandato, cercando di rispettare sempre le tue scelte e la tua volontà, questo incontro, per tutto ciò che ci siamo detti e che ben sai, potrebbe rappresentare un’ottima occasione per la tua carriera. Altresì, il fatto che tu abbia già organizzato il tuo weekend, rappresenta un’ottima giustificazione per non venire all’incontro. Ma no, la mamma lo capirebbe, te lo garantisco. Sì, lo sappiamo che vorresti venire. Ma sappiamo anche che sei una persona molto impegnata tranquillo. Federico, però ora promettimi che non passerai la giornata a tormentarti pensando al fatto che non sei venuto. Me lo prometti? Ecco, ora goditi il tuo weekend, fidati che ci saranno altre occasioni per incontrare il Professore, te lo assicuro».

«Sì, ma non per intervistarlo!» la moglie urla all’improvviso questa frase.

«Ma no Federico, la mamma ci tiene solo molto alla tua carriera. Tranquillo, abbiamo capito le tue motivazioni e ci sembrano assolutamente ragionevoli. Sei una persona impegnata, molto impegnata, è giusto che tu sia geloso del tuo tempo. Tranquillo. Ora smettila di pensarci e goditi il tuo weekend. Sì sì certo, te la saluto io. E non chiedere più scusa, non hai fatto niente di sbagliato. Ciao Federico. Ciao».

Vorrei voltarmi e dare un volto a queste voci, ma nella carrozza si è creato un silenzio surreale. Penso che chiunque negli ultimi minuti stesse ascoltando come me quell’assurda conversazione. Siamo tutti immobili al proprio posto, facendo finta che tutto sia normale. Anzi peggio, facendo finta di non aver ascoltato nulla.

«Sto distruggendo la sua vita. Lo so. Sono un mostro. Non dovevo insistere per farlo venire».

«Ma smettila di dire queste fesserie, non hai fatto niente di sbagliato. Anzi, posso dirti una cosa? Al 99% avevi ragione tu».

«Ora passerà tutto il weekend tormentandosi pensando a quanto sarebbe stato meglio se fosse venuto. Lo so. Perché sono stata così stupida? Perché?».

«Ma guarda che a scrivergli quel messaggio siamo stati tutti e due. Prima di inviarlo mi hai chiesto cosa ne pensassi no? Stai tranquilla, vedrai che si risolverà tutto come sempre. Tra una settimana nemmeno ci ricorderemo di questo episodio».

Squilla di nuovo il telefono.

«Federico? Amore mio. Che bello sentirti. Ma no certo, avvisiamo noi il Professor Perzulli. Sì, lo aveva chiesto lui personalmente a tuo padre di farsi intervistare da te. Sì, lo sai che voleva aiutarti, lo sai bene. Federico perché mi torturi così? Cosa vuoi che ti dica? Vuoi che menta? Era una grande occasione lo sai, lo sai bene. No Federico ti prego non dire così. Lo so che sei una persona molto impegnata. No stai tranquillo, ci saranno altre occasione sì è vero. No non l’ho mai detto. Federico ti prego. Ti passo papà?  No ok, ci sentiamo più tardi allora. Scusa Federico davvero, scusa. Non dovevo mandarti quel messaggio. Mi scusi Federico? Davvero? Scusami. Sì sì scusa. Ciao amore ciao».

Sento la Signora esplodere in lacrime.

«Sono un mostro. Ho distrutto la vita di nostro figlio. Sto vivendo un incubo. Ti prego dimmi che non sta succedendo per davvero».

«Ma la pianti di dire fesserie? Non è successo niente. Tra un paio d’ore chiamo Federico e ci scherziamo su ok? Magari gli passo il Professore e lo faccio tranquillizzare anche da lui».

«Tu lo sai perché non è venuto».

«Sì, perché è una persona estremamente impegnata. Aveva già organizzato il suo weekend e noi abbiamo provato a stravolgere i suoi programmi all’ultimo minuto».

«Non viene perché è malato».

«Ma smettila, ancora con questa storia».

«Lo so che è lui che ruba i miei soldi».

«La smetti di dire queste fesserie? Guarda che ci stanno ascoltando tutti».

La Signora inizia a piangere così forte che per provare a non sentirla devo mettere le mie cuffie al massimo del volume. E comunque un po’ continuo a sentirla.

Nell’ora successiva tutto sembra tornare alla normalità. Io mi faccio i cazzi miei, i due vecchi finalmente stanno zitti. Niente più conversazioni surreali, niente più piagnistei. Posso finalmente concentrarmi e guardare ragazze decisamente poche vestite su Instagram. Uno dei miei passatempi preferiti.

Quando stiamo per arrivare alla stazione di Parma però, il telefono squilla ancora.

«Buongiorno. Sì salve, sì sono la mamma, chi parla? Sì. Non mi faccia spaventare, cosa è successo? No, non sono calma. Come faccio a restare calma? Chi è lei? Che ospedale? Cosa è successo? Federico? Cosa? Cosaaa? Non è vero. Non è vero. Non è veroooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo».

Credo che il suo urlo di disperazione abbia gelato all’istante i cuori di tutta la carrozza. Non si è sentita più una singola parola fino a quando il treno si è fermato alla stazione. Mentre mi alzavo per uscire, ammetto di essermi voltato per provare a vederla in viso. Ovviamente non ci sono riuscito, ho visto solo una massa di capelli tinti di biondo abbracciare un signore dai capelli bianchi, di cui però, vedevo solo le spalle.

Penso questo sia stato uno dei viaggi più assurdi della mia vita.
La prossima volta prendo Italo.

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Anastasia Coppola

Tornare alle proprie radici non sempre è la strada più semplice da percorrere, tantomeno poi se di mezzo ci si mettono pure i propri sogni da inseguire, specialmente in un contesto storico culturale connotato da vincoli, credenze e obblighi morali oltre i quali la propria voce è ridotta al perpetuo silenzio.

Per chi rifiuta i destini tracciati

Ambientato in una Palermo costretta a fare i conti con la guerra e l’occupazione nazista-fascista, questo romanzo riflette in maniera più sottile le reali battaglie che la donna era costretta a fronteggiare durante i tempi bui del secolo scorso, rispetto al quale il valore femminile era circoscritto in prevalenza ad un ruolo dove il diritto ad essere sé stessi e alla libertà di espressione, venivano subito banditi come minaccia da parte di chi era solito tracciare i loro destini nel mondo.

Le protagoniste di questa storia meravigliosa sono Eugenia, giovane donna alle prese con il primo amore e i voleri familiari e Beatrice Maria Tasca Filangeri, donna (prima) e madre (dopo) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Attraverso la descrizione delle rispettive personalità e delle proprie dis(a)vventure, Ruggero Cappuccio delinea in maniera magistrale una cornice sia mitica che archetipica del reale compito al quale la donna era spesso chiamata, e in cui la parola sacrificio non sempre lasciava spazio a quella dell’Opportunità.

Approdata nel capoluogo siciliano nel maggio del 1943, Beatrice si ritrova catapultata in un mondo a lei del tutto sconosciuto, dove i fasti del periodo liberty e gli equilibri di classe sono stati ormai ridotti in macerie dai bombardamenti, i palazzi sepolti sotto un cupo silenzio e il cielo si diverte a riflettere l’anima di quel periodo: scuro e indecifrabile.

Eppure, una volta tornata al suo luogo di infanzia, la vera battaglia che l’attende è quella con il passato e le sue numerose sfumature rispetto ai quali ogni scelta rischia di sgretolare financo l’ultimo briciolo di speranza.

Due esistenze, due destini, un’amicizia che si intrecciano in una geometria stellare

Ogni pagina pertanto, al pari di una geometria stellare, riflette quella luminosità che anche nei momenti più bui della vita non deve mai cessare di brillare, perché oltre al profilo storico culturale le due protagoniste descrivono al meglio due finestre temporali entro le quali le proprie radici possono ancora protendersi verso qualcosa di nuovo e che tuttavia si teme a volte di scoprire.

Lo scorrere e a tratti l’inafferrabilità del proprio esistere rispecchiano dunque il nucleo attorno al quale gravitano la vita e le scelte tanto della principessa di Lampedusa quanto della sua giovane vicina, le cui radici sono a sua insaputa pronte ad evolversi verso qualcosa di imprevedibile e sconosciuto.

Figlia di una famiglia benestante, il destino di Eugenia sembra ormai segnato dalle scelte del padre, che già dalla tenera età e ancor più sulla soglia dei vent’anni, vuole instradarla verso un futuro che tuttavia non le appartiene e di fronte al quale i suoi sogni rischierebbero di spegnersi.

La sua vita sembra dunque segnata da un volere che tutto le nega e poco le concede, finché un giorno al riparo della sua stanza la curiosità la guiderà verso l’incontro di un mondo all’apparenza lontano eppure a lei vicinissimo e che segnerà le sorti della sua vita, nonché della sua rinascita.

Il linguaggio delle immagini come antidoto all’obbedienza: una riflessione sulla psicologia del Sé

A chi si ribella ad un ruolo imposto

Secondo il noto psicoanalista junghiano James Hillman obbedire al richiamo di quello che viene definito Dàimon, vuol dire disobbedire e ribellarsi a quell’unico ruolo che ci è stato imposto e che per l’appunto non consente la fioritura e ancor più la scoperta delle migliaia di voci e identità dalle quali siamo abitati a nostra insaputa.

Disobbedire vuol dire quindi rispettare la propria natura che ogni giorno si rischia di tradire attribuendole significati univoci e spesso limitanti ma in conformità con quelle leggi esterne che riteniamo essere capaci di valorizzare la nostra identità.

Ripristinare il linguaggio delle immagini che ci abitano vuol dire entrare gradualmente a contatto con un spazio ed un tempo diversi da quelli ordinari e rispetto ai quali peraltro il rapporto causa effetto sembra sgretolarsi dinanzi ad una moltitudine sconosciuta, imprevedibile e proprio per questo ricca di opportunità. Una moltitudine accompagnata da quel valore simbolico che proprio grazie all’immaginazione, amplia non solo la percezione di quanto ci circonda bensì la consapevolezza con la quale far fronte a ciò che è in atteso: facendo della disobbedienza una consapevole risorsa.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Salgo sul treno. Destinazione Milano.
Vado a trovare degli amici.

Siamo tutti della stessa città e siamo tutti sparsi per l’Italia per motivi di studio.
Ci costruiamo un futuro, o quello che è.

Milano è un buon punto di incontro.
La nostalgia ci spinge a ritrovarci lì, perché ognuno, a suo modo, è per l’altro uno scampolo di quotidianità perduta, di quelle vecchie abitudini che fanno sentire al sicuro.

Seduto nel mio posto penso che, però, è qualcosa d’altro a spingermi.
Non basta la nostalgia né la voglia di sbronzarci tutti assieme, come ai tempi del liceo.
Mi risuona in mente la parola amicizia e mi viene in mente un libro che ho letto a riguardo.
Si chiama La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo, e me lo ha regalato una mia cara amica il giorno del mio compleanno.

Quattro ragazzi, legati dai tempi della scuola.
Churchill, Ofir, Amichai e Yuval. Ognuno ha le sue caratteristiche peculiari. Indubbiamente il leader carismatico è Churchill, sempre intraprendente e fascinoso. Ma Yuval ha il talento per la scrittura. È lui a dover dare voce alla storia del gruppo; è lui a dover raccontare il tradimento della sua amata Ilana, che sceglie proprio Churchill come suo nuovo compagno. Ofir, nel frattempo, subisce la sua esistenza, fino al punto di rottura. Amichai, a differenza sua, ha tutto ciò che vuole, ma, come spesso accade, gli viene tolto. Sono quattro esistenze slegate, senza alcun contatto anche solo pensabile, eppure unite.

Come dei fili trasparenti che tengono insieme le membra disgregate di un corpo unico.

Yuval parla di questi legami come se fossero naturali; dà loro l’importanza dei dati di fatto, quasi senza accorgersene, quasi fossero scontati. Come a dire che si è amici perché c’è una corda che ci tiene, e viceversa. Pura tautologia.

Su questo treno troppo veloce, mi rendo conto che ciò che mi spinge a Milano è proprio questa sensazione data per scontata. Mi rendo conto che per quanto io possa essere lontano da certe persone, nel fondo della mia coscienza, la loro esistenza per me, in relazione a me, sarà sempre un dato di fatto.
Le esperienze vissute, la conoscenza reciproca, l’affetto che ci lega saranno sempre lì, a occupare uno spazio angusto e persistente. C’è tanto egoismo, come in ogni emozione umana degna di questo nome. Ma mi ritrovo a pensare che sia un loro dovere continuare a mantenere quel posto, come lo è per me.

Ho la certezza che non è per noia che siamo rimasti amici; non perché non c’era niente di meglio. Screzi e dissapori sono solo distrazioni, come nel libro di Nevo. Indipendentemente da noi, esistiamo come amici, soprattutto quando nessuno risponde dall’altro capo del filo.

A me non è andata poi tanto male, devo dire.
Almeno non ho nessuna Ilana da reclamare, per il momento.

L’avviso della fermata mi richiama alla realtà.
Ormai siamo in arrivo a Milano Centrale. Riavvolgo il filo.
Vedo il mio amico che aspetta appena fuori dal tornello.